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Etichetta: Dharma records · Durata: 55 minuti, 14 tracce

I remix sono una cosa strana: la maggior parte di noi li salta in automatico, sicuri che non valgano l'originale, altri li ascoltano tutti per capire l'evoluzione della specie. Noi facciamo parte della seconda frangia e figurati se un brano remixato dagli amati Archive non passa dalle nostre orecchie.

Boom! Ma che pezzo enorme "Everythinglessness". Subito parte il percorso neurale della curiositá: ma chi é questo Alexander Wolfe?

Ah, é un remix di un pezzo presente in un album pubblicato nel 2026? Andiamo ad ascoltarlo allora....e....Una tormenta di emozioni!

Raccontiamo per chi (come me) non conosce Alexander Wolfe chi sia.

A.W. arriva a "Everythinglessness" dopo anni di storia musicale fatta di dischi che esaltano sempre di più la voce, la parola, i dettagli che affiorano. In questo album la scrittura prende la forma di un ambiente: un mandolino che apre linee sottili, pedal steel che introducono spazi e distanzena, field recordings che entrano come un imprevisto.

Brad Spence lavora sulla produzione come su una superficie da lasciare respirare, senza orpelli superflui, Wolfe registra una condizione emotiva che avvolge e colpisce: la madre malata e nel mezzo di una crisi esistenziale, il padre duro e legato a tradizioni mascoline ereditate da un passato che sembra non andarsene. Cosí le parole arrivano come appunti, come scene reali che emergono da un periodo di terapia, come frammenti di vita. La voce rimane vicina, quasi confidenziale, e accompagna il protagonista in un’età che si muove tra i 17 e i 20 anni, quando tutto è ancora acerbo e in definizione.

Nel corso dell’album la scrittura si muove con una continuità che rimane sempre legata alla voce. Ogni brano sembra nascere da un punto preciso della memoria, come se la musica fosse un modo per trattenere ciò che rischia di disperdersi, le parole avanzano con una calma che paradossalmente rende più leggibile il gigantesco peso emotivo: telefonate perse, stanze d’ospedale, spostamenti senza meta, giornate che scorrono senza un centro. Wolfe registra questi passaggi con una voce molto vicina, quasi un appunto detto a bassa voce.

Il mandolino introduce una linea che accompagna l’intero percorso, come un filo che tiene insieme le scene e quindi le canzoni; la pedal steel apre zone più ampie, creando una distanza che non interrompe la continuità emotiva mentre rumori di ambienti domestici, messaggi vocali, conversazioni, rumori di strada, suoni che appartengono alla vita reale incorniciano il tutto mentre le armonie si muovono con lentezza, lasciando spazio poi a progressioni che seguono il ritmo interno dei testi.

La scrittura rimane sempre legata alla condizione che dà il titolo al disco. Everythinglessness è una sensazione che permea ogni brano: Wolfe la traduce in scelte musicali dove ogni suono è posato con attenzione, come se dovesse sostenere una parte della storia.

I primi pezzi dell'album sono una montagna russa di emozioni, la splendida apertura di "Lewisham converdation" non sconta nulla e colpisce con schiaffi morbidi ma profondi, "The toughening" porta il confronto padre figlio ad un livello generazionale e di comportamento che non puó renderci insensibili, devi per forza schierarti. La title track é magia pura: pochi versi ma lo stato di ansia e l'incapacitá di capire é meravigliosamente rappresentato da voce e suoni in perfetto incastro tra loro (la versione remix uscita in settimana ne esalta forse ancor di piú l'aspetto tragico).

La parte centrale del disco va sicuramente ascoltata ma trovatevi del tempo per approfondire i testi ed il racconto esposto da Alexander, relazioni apparentemente felici che intrappolano, rimedi a problemi che non fanno altro che crearne altri, l'esposizione della fragilitá umana insomma nella sua totalitá.

Talk mi ha colpito piú di tutte: una sola parola che racchiude forse la chiave che risolve l'enigma, parlare con qualcuno e con se stessi porta a nuova strade, migliori o piú intricate? Il destino é bizzarro o lo costruiamo con i mattoni giusti?

Nella parte finale del disco la voce di Wolfe si apre con una qualità diversa. The Softening in particolare introduce una luce che poi si espande con calma poi il syono crea un orizzonte più ampio, mentre il mandolino mantiene la continuità affettiva che lega tutto l’album. Le parole si muovono con una delicatezza che accompagna ciò che accade senza definirlo in modo chiaro completamente, la chiusura rimane sospesa, come se il protagonista avesse trovato un punto da cui osservare la propria condizione senza doverla spiegare....su una spiaggia a rimirare l'orizzonte e ad ascoltare il mare...

Everythinglessness termina così: con una morbidezza che é anche un segno di vita, dopo un intricata e densa storia oscura ma che é essa stessa parte del percorso.

Grazie Alexander.