Un miraggio non è una bugia: è luce vera che arriva da una strada sbagliata. I marinai della Compagnia delle Indie giuravano di aver visto navi sospese sull'orizzonte, e quelle navi esistevano davvero, solo altrove.
Taja Cheek ha scelto questo fenomeno come titolo del quarto disco a nome L'Rain, uscito il 14 agosto 2026 su Mexican Summer, e la scelta dice già tutto sul disco: tredici brani in trentanove minuti che ti chiedono in continuazione se quello che stai sentendo, e quello che lei ha ottenuto, sia solido o soltanto riflesso.
«fata morgana» chiude quella che l'artista di Brooklyn considera una quadrilogia iniziata con l'omonimo del 2017 e passata per «Fatigue» e «I Killed Your Dog». Se quei dischi erano collage nervosi, con lo scotch a vista tra un frammento e l'altro, qui il mixing è più morbido, quasi nebbioso. «July 5th» è l'esempio migliore: parte come folk ipnotico e acquoso e si ritrova nel dancehall giamaicano, con Screechy Dan ospite, mentre il testo parla di disuguaglianza e sfruttamento. Non è un medley, è una stanza che cambia forma mentre ci sei dentro. «With Time» lavora sulla stessa idea con mezzi minimi: un pianoforte che suona quel tanto che basta a metterti a disagio, e sintetizzatori che sembrano arrivare da un futuro in cui gli anni Settanta sono di nuovo di moda (a meno che tu non sia un ascoltatore di Virgin Radio).
Il motore di tutto, ed è la lettura che mi convince di più, è il dubbio. Cheek ha raccontato che il disco nasce dall'elaborazione del lutto per la madre. Aleggia un'incertezza che diventa il mood. I testi mescolano cose scritte il giorno stesso con quaderni dell'adolescenza, e la produzione, firmata con i fedeli Ben Chapoteau-Katz e Andrew Lappin, i quali montano giocattoli per neonati campionati e sparsi ovunque, un passaggio su cassetta quando il suono era troppo pulito, un pennello passato su una delle sedici tracce di chitarra di un brano per farla frusciare in modo diverso (treblezine.com). Sono dettagli che non senti isolati, ma ne senti la somma: un disco che vibra un po' storto anche nei momenti più belli.
E i momenti belli ci sono. «Soulless Cycle» è il pezzo forte, un'esplosione rumorosa che ricorda gli Animal Collective più feroci, con le chitarre distorte e le percussioni di Timothy Angulo che spingono il disco in avanti ogni volta che rischia di fermarsi a contemplarsi. «Borderline» costruisce sul loop e su una ritmica complicata il desiderio di cambiare, «Birthday» rallenta fino a un groove sensuale e «Church of No One» chiude abbassando la temperatura, come spegnere le luci una alla volta.
Il problema, perché uno c'è da un certo angolo, sta nella chiusura. Il disco pone una domanda precisa, come si cresce in un mondo che non è fatto perché tu prosperi, e poi la lascia aperta, sarà un difetto? Decidi tu.
