- Band: MAQUINA.
- Titolo: «Body Transmission»
- Etichetta: Fuzz Club
- Durata: 10 tracce
- Paese: Portogallo, Lisbona
- Genere: Noise Rock, Motorik Metal, Industrial Punk
- Tipologia: LP - Studio
- Pubblicato: 10 luglio 2026
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- AOTY
Suonare per settimane nello stesso circuito live di A Place To Bury Strangers, stessi palchi, la stessa distorsione che sfianca gli amplificatori, la stessa devozione al muro di rumore - lascia un'eredità precisa addosso a chi ci passa in mezzo. MAQUINA., trio di Lisbona, quell'eredità l'ha presa e l'ha portata altrove. «Body Transmission», il nuovo album uscito il 10 luglio per Fuzz Club, è il disco in cui lo shoegaze da tour di supporto diventa qualcos'altro: un fuzz robotico, meccanico, più vicino a Model/Actriz che a My Bloody Valentine. Il filo che resta teso sotto tutto, però, è sempre lo stesso: krautrock, ripetizione motorik, l'ossessione per un battito che non si ferma mai.
Il percorso ha una logica precisa. Il debutto «Dirty Tracks For Clubbing» portava già dentro quella sensibilità di superficie, abbastanza da far salire Halison Peres, José "Mendy" Rego e João Cavalheiro sullo stesso tour europeo di A Place To Bury Strangers nell'aprile 2024. Poi è arrivato «PRATA», secondo album registrato e frutto di jam improvvisate nel corso del 2023: chitarra, basso, batteria, nessun sintetizzatore, "spingere suoni insieme per fare rumore e spingere rumore insieme per fare suoni", come l'ha descritta la band stessa. Era già krautrock, industrial techno, EBM. «Body Transmission» prende quello scheletro e lo mette in palestra per fare altri squat.
La differenza principale è di metodo, non di sostanza. Il trio ha smesso di fidarsi della jam e ha scritto canzoni: dieci tracce condensate in quattro minuti circa di media, editate invece che catturate in studio. Co-prodotto con Hugo Valverde, il disco viene descritto dalla stessa etichetta come un "always-on record", senza pause, pensato per il pogo più che per il divano. E infatti non c'è una sola ballata a rifiatare: si procede a metronomo dalla title track d'apertura «dança» - con la voce di Silvia Konstance e i synth di Viktor L. Crux, cioè metà dei barcellonesi Dame Area, ospiti fissi del disco - fino alla chiusura di «pressure/pleasure».
Tra le due c'è «agony», il pezzo più esplicitamente politico dell'album, costruito attorno alla disinformazione e al conflitto globale trattati come condizione permanente più che come tema occasionale. C'è «simulation», strumentale che forse è il punto più alto del disco, un crescendo che sfocia in dissonanza pura. E c'è «bizarro», che parte da un sub-basso disorientante prima di trovare una direzione, il momento in cui il debito verso i Sepultura, la band ha citato «Arise» tra i riferimenti di scrittura, si sente più netto che altrove.
Halison Peres, voce e batteria, viene da una cittadina brasiliana dove si è sentito, con le sue parole, la pecora nera sia in famiglia che in paese. Quella distanza torna nel disco come tensione fisica più che come confessione: la voce trattata, filtrata, resa quasi robotica, non cerca empatia, cerca attrito. È lì che il paragone con Model/Actriz regge meglio di qualunque nome dello shoegaze classico: entrambi trattano il corpo come una macchina da spingere al limite, non come uno strumento da cui far uscire sentimento.
Un disco pensato per restare "always-on" e «Body Transmission» cerca questo. Dopo sei o sette tracce alla stessa intensità l'orecchio comincia a cercare un contrasto che non arriva mai, e la persistenza rivendicata dalla band rischia di leggersi come mancanza di dinamica più che come coerenza di visione. È un difetto? Mi appare una conseguenza diretta di una scelta di metodo e non un limite di talento - il trio sa scrivere, mixare, produrre, lo dimostra ogni singolo minuto - ma un paio di episodi in meno avrebbero reso il pugno ancora più duro.
MAQUINA. ha fatto comunque la cosa più difficile per una band che nasce dall'improvvisazione: ha imparato a tagliare senza perdere l'urgenza. «Body Transmission» non è il disco che consola chi rimpiange ancora lo shoegaze di «Dirty Tracks For Clubbing». È il disco di una band che ha deciso che il rumore, per restare vivo, doveva diventare appunti macchina.
