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Quattro anni di lavoro, tre continenti, nessuna etichetta dietro. Dopo tre dischi per Matador e tre per Sub Pop, gli Shearwater hanno finanziato «The New World» con una campagna di crowdfunding e l'hanno pubblicato il 31 luglio 2026 sulla propria Polyborus Music, distribuita da Secretly. Il nome dell'etichetta non è casuale: Polyborus è il vecchio nome scientifico del genere dei caracara, i rapaci sudamericani a cui Jonathan Meiburg ha dedicato un libro intero. È un dettaglio che dice tutto della persona dietro a questo disco: un naturalista che scrive canzoni, o un cantautore che studia uccelli, e che dopo venticinque anni non ha ancora deciso quale delle due cose venga prima.

Il disco nasce da quell’indecisione e ne fa una forza. Nove brani, quarantacinque minuti, registrati tra lo studio texano di Dan Duszynski, il Figure 8 di Shahzad Ismaily a Brooklyn, The Shelter di Leo Abrahams a Londra, e Berlino. Il nucleo resta quello di Meiburg, Emily Lee e Duszynski, ma intorno gira quello che la band definisce l’ensemble più selvaggio mai messo insieme: i musicisti maliani di Ngoni Ba, Firas Zreik al qanun, Doug Wieselman ai fiati, Thor Harris alle percussioni, Jamie Stewart degli Xiu Xiu al gong. Sulla carta è la ricetta per un disco world music da salotto che non farebbe proprio per me. Nella pratica no: nessuno di questi ospiti suona come una cartolina da landscape. Il ngoni e il qanun entrano nei brani come parti strutturali, non come colore, e la cosa più sorprendente è quanto poco te ne accorgi.

«Even Song» apre con un’urgenza quasi nervosa, folk ed elettronica che si spingono a vicenda, e stabilisce al centro dello spazio il silenzio e il pianoforte. «More and More» lavora per sottrazione come facevano i Talk Talk di «Spirit of Eden», ed è il paragone che leggo e mi sembra azzeccato. «Daydream Unbeliever» è il pezzo che Meiburg stesso indica come manifesto, un pianoforte dissonante e un testo che parla di tenersi la libertà della propria testa in un’epoca di deepfake e realtà a noleggio. Tra ignoranza e disperazione c’è uno spazio abitabile, dice lui, e il disco prova a starci dentro. «The High Ranges» e «Slugs in the Marigolds» alzano la temperatura con il sassofono di Wieselman, «The Only Sound I’m Afraid Of» è l’unico momento davvero notturno e ruvido. Poi c’è la chiusura.

«You and Your Dog» dura sette minuti e la voce di Meiburg non c’è. Al suo posto Laurie Anderson, che lui indica come la sua “madrina”, legge un racconto su un pianoforte. È una mossa che pochi frontman farebbero, farsi di nebbia nel proprio disco nel finale. Ed è anche la scommessa più rischiosa del lavoro, perché sposta il baricentro emotivo su una voce che non è la sua, dopo otto brani costruiti sulla sua. A me sembra la cosa più bella del disco, e tra le più belle mai firmate dagli Shearwater. Capisco però chi ci sente un passo indietro.

I field recordings che attraversano tutto il disco, campane tedesche, corvi della Tasmania, coyote di Highland Park, non compaiono come decorazione ambient ma sono il modo in cui Meiburg tiene fede alla domanda che pone, ossia “cosa è vero, cosa puoi toccare”. L’Antartide c’entra, ma meno di quanto la stampa abbia raccontato. La spedizione PS152 del dicembre 2025, due mesi sul ghiaccio per il libro The Secret Land, è arrivata a disco già chiuso e ha lasciato le sue immagini nei video di «Daydream Unbeliever» e «More and More». Il titolo invece viene da Yuquot, sull’isola di Nootka, dove Cook incontrò per la prima volta i popoli della costa nordoccidentale: il nuovo mondo come luogo di contatto, non di conquista.

Il difetto? Finisce troppo presto!

Vale la pena ricordarlo, è solo il primo di due album annunciati. Se il secondo tiene questo livello, gli Shearwater stanno attraversando il periodo migliore di una carriera che di momenti alti ne aveva già parecchi.