- Band: Neoprimitivi
- Titolo: Il sangue è pronto
- Etichetta: 42Records
- Genere/Stile: Psychedelic Rock, Krautrock
- Paese: Roma, Italia
- Uscita: 4 Febbraio 2026
In sala prove non c’è un ordine preciso: strumenti appoggiati dove capita, cavi che attraversano il pavimento come vene, un tavolo pieno di oggetti che cambiano funzione a seconda di chi li prende in mano. Nessuno ha un posto fisso, nessuno difende un territorio. I Neoprimitivi lavorano così: spostando ruoli, responsabilità, suoni. È un metodo più che un’estetica, una forma di fiducia che precede la musica e la rende possibile.
Quando un brano nasce, non c’è un momento esatto in cui qualcuno dice “basta, è finito”. C’è piuttosto un ascolto collettivo, un’intuizione condivisa, e poi la decisione di Flavio Gonnellini, produttore, arrangiatore, ago della bussola, che chiude il cerchio. Non per autorità, ma per sintonia. È un equilibrio raro: una band che funziona come un organismo, non come una somma di individualità.
I Neoprimitivi sono una delle realtà più radicali e coerenti della nuova scena italiana. Non cercano la forma-canzone, non cercano la riconoscibilità immediata, non cercano di semplificare. La loro musica è un corpo che si muove secondo un ritmo interno, spesso lungo, spesso denso, sempre fedele a un’urgenza che non ha bisogno di essere spiegata.
Il loro momento attuale è un punto di maturità: un suono che si è fatto più preciso senza perdere la sua natura rituale, un’identità che non si costruisce per sottrazione ma per immersione. L’ingresso in 42 Records ha consolidato questa traiettoria: libertà totale, supporto reale, nessuna cornice da rispettare. Solo spazio, tempo e fiducia.
Le influenze che dichiarano (Miles Davis, Umm Kulthum, Coil) raccontano un immaginario che non procede per generi, ma per tensioni: improvvisazione, spiritualità, ricerca timbrica, trasformazione. È da lì che nasce la loro musica: non da un’estetica, ma da un modo di pensare.
Intervista
La vostra musica ha una fisicità immediata: linee scolpite più che suonate. Come capite quando un pezzo è “finito”, e cosa vi fa dire che non va toccato più? Come cambia la scrittura quando gli strumenti passano di mano, cosa succede all’ego musicale?
Ci fidiamo di Flavio (che oltre a suonare è anche produttore e arrangiatore della band) e della sua visione, è lui nella fasi di post-produzione a decidere quando un pezzo è chiuso, è ovvio che c’è un confronto fra tutti, ma spesso non c’è bisogno di particolari indicazioni. Abbiamo una buona sintonia. Discorso simile anche per lo scambio di strumenti (anche dal vivo): non è una cosa che facciamo per dimostrare qualcosa, è semplicemente funzionale al rendere al meglio la nostra musica, in studio come live.
42 Records ha una storia particolare: non cerca un “suono”, ma un mondo. Pubblica progetti che sfuggono alle categorie e che spesso diventano punti di svolta. In che modo sentite che il vostro immaginario, fluido, collettivo, quasi rituale, si è intrecciato con la visione dell’etichetta? E c’è stato un momento preciso in cui avete capito che 42 era davvero “casa” per i Neoprimitivi?
Beh, conoscendoli abbiamo capito che c’era una passione in comune per la musica in tutte le sue forme, anche quelle più estreme e sperimentali. Inoltre ci hanno lasciato tutta la libertà artistica possibile, dandoci tutto il supporto necessario.
Le vostre influenze sembrano arrivare da mondi molto diversi, musicali e non. Qual è un’influenza che magari il pubblico non percepisce ma che per voi è fondamentale?
Al momento sicuramente Miles Davis, Umm Kulthum e i Coil.
La durata dei vostri brani è un vostro manifesto. Questo significa “pretendere tempo” dall’ascoltatore o pensate che la lunga durata sia la forma di espressione a voi più consona?
È la forma che troviamo più consona al contenuto della nostra musica. Speriamo di essere un piccolo sasso in un mare di contenuti che durano pochi secondi e che inondano quotidianamente l’internet.
Se un alieno arrivasse sulla Terra con benevole intenzioni e vi chiedesse di fargli ascoltare un album, quale disco mettereste sul piatto?
“20 Jazz Funk Greats” dei Throbbing Gristle.
I Neoprimitivi non cercano scorciatoie. Non cercano di adattarsi al ritmo del presente, né di opporsi per principio. Semplicemente seguono la forma che la loro musica chiede: lunga quando serve, densa quando è necessario, libera sempre. È un approccio che richiede fiducia interna, reciproca, strutturale e che restituisce un suono che non si limita a essere ascoltato, ma che costruisce un ambiente, un tempo, un modo di stare.
In un panorama che tende a comprimere tutto, loro espandono. In un mondo che chiede immediatezza, loro lavorano per immersione. E forse è proprio questo che li rende così importanti: la loro musica non vuole intrattenere, vuole trasformare.



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