Cronaca semiseria e probabilmente fuori tempo massimo dei 2 live al Botanique degli ultimi 10 giorni, ambiente fighissimo, situato nei Giardini dell’Università, ampio e accogliente.
La stagione musicale estiva bolognese è ricca e variegata, gli appuntamenti sono tanti, fitti, di qualità e last but not least, a prezzi assolutamente abbordabili.
Come dicevo, 2 live a distanza di una settimana tra loro, nello specifico The Comet Is Coming e Clap Your Hand Say Yeah.
2 act assolutamente incomparabili tra loro, salvo un paio di punti di cui parleremo a fine del post, se ci arriverete.
Il live dei The Comet Is Coming è qualcosa di caoticamente travolgente.
Il trio londinese non si accontenta di avere probabilmente il miglior terzetto di pseudonimi del secolo (King Shabaka”, “Danalogue” e “Betamax”), ma mette in scena un live perfetto e idealmente diviso in due parti distinte.
Nella prima, trovano maggior spazio le canzoni, saranno 4 i pezzi suonati distintamente ed è una frazione dove Shabaka Hutchings domina completamente la scena con il suo sassofono, con il quale disegna melodia, porta dinamica e riempie l’aria per circa 30 minuti consecutivi in quasi totale apnea.
Nella seconda parte sale in cattedra Danalogue. Tocca a lui guidare le danze coi suoi synth impazziti e trainare la band in una fase molto più improvvisata che la porterà a toccare i generi più disparati con il numero dei bpm a salire e scendere come una bussola impazzita.
A fare da collante tra questi mondi così distanti tra loro, Betamax alla batteria, che si districa tra questo groviglio sonico mettendo in pista jazz, funk, e ritmiche dance a velocità supersonica.
Live che risponde in modo ambivalente ad una delle domande più ricorrenti alcuni dei presenti:
“ Faranno scaletta con canzoni oppure si lasceranno guidare dall’improvvisazione come nella migliore tradizione della scuola jazz?”
Risposta: 40 minuti di uno e 40 minuti dell’altro e tutti contenti. Sia quelli che hanno voglia di attitudine jazz e per cui probabilmente il concerto è uno spazio sacro, sia quelli (come me) che stanno familiarizzando con questo genere proprio grazie alle sue nuove contaminazioni generate da questi artisti.
Una settimana dopo mi reco a vedere Clap Your Hands Say Yeah.
Li ho ascoltati tantissimo a metà anni zero, e ho consumato il loro disco di esordio.
Formazione a tre anche qui, i pezzi scivolano via veloci e godibili.
Alec Ounsworth condivide che sente “fuckin’ energy in Bologna” e racconta il suo viaggio travagliato da Philadelfia, con scali improponibili e un numero di bus presi/cambiati veramente troppo alto per farlo in un solo giorno.
Poi parte il giro di synth di The Skin of My Yellow Country Teeth, e improvvisamente mi ritrovo con quasi vent’anni di meno e mentre ascolto dal vivo uno dei pezzi indie della mia vita, mi rendo conto che non ho più il controllo dei miei muscoli facciali, e un mezzo sorrisetto tra l’ebete e il compiaciuto mi si stampa in faccia.
Spoiler: mi rimarrà fino alla fine del set e per buona parte del viaggio di ritorno.
Concerto che fila via veloce e leggero, tra melodie pop sghembe e ritmi danzerecci. Ottima la prova vocale di Alec nei momenti più intimi, anche se a onore del vero speravo di sentire un pò di più la sua vena “ubriaca” nel cantato (a me a inizio carriera ricordava una versione di Thom Yorke più alticcio in certi passaggi, ma probabilmente è un mio problema).
Come dicevo all’inizio, pochissimi punti di contato tra questi 2 live, che in comune hanno avuto solo la durata circa 80 minuti per entrambi e la profusione di diversi aromi fumosi consumati tra il pubblico.
Alla fine il mini contest viene stravinto dal live dei TCIC, che vanta 7 fragranze riconosciute distintamente contro le 3 di CYHSY.
E forse questo spiega anche quello che sembrava un assolo di batteria di Betamax a quasi fine concerto: evento reale o allucinazione audio-visiva dovuta ad una sana alterazione da fumo passivo?
Non lo sapremo mai.
E forse neppure lo vogliamo.
(A.G.)



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