Le quinte sono chiuse, le persone stanno man mano riempendo il palazzetto per l’inizio del concerto previsto per le 20:30. Fuori, un pesante acquazzone rallenta l’arrivo del pubblico.
Le quinte sono chiuse e non odo alcuna playlist d’attesa in sottofondo ma un costante cinguettio, scroscio e vari suoni artificiali che echeggiano un contesto naturale o quanto meno prossimo ad una natura, un loop estratto dal brano “Utopia“.
Le prime note e soprattutto la voce di Björk emerge già netta e cristallina, come fa questa ragazza del ’65 a conservare la voce da giovane donna dei ’90 che ho sempre amato?
La scena che man mano viene svelata dall’apertura delle quinte semi trasparenti e multi-strato sulle quali vengono proiettate le immagini dell’immaginario fantastico di Björk Guðmundsdóttir, è un palco minimale che prende spunto dalla scoperta a fine anni ’90 dell’organismo vivente più grande del pianeta, un fungo la cui rete micellare si estende per circa 10 chilometri quadrati di cui il fungo (il Chiodino) è solo il frutto.
Sul palco una piccola orchestra di fiati al flauto, un percussionista, un’arpista e un tastierista ai synth e alle parti elettroniche. No chitarre, No basso, No classica batteria rock.
Ti devi immergere in questo contesto che è quello che chiede l’artista all’inizio del live e per la qual ragione chiede anche di non usare smartphone per riprese e fotografie, non vuole potenziali distrazioni per se stessa e per il pubblico. Sacrosanto!
Björk concede pochissimo ai suoni fan più nostalgici, qualche hit delle quali solo due facilmente riconoscibili “Venus As a Boy” e “Isobel“, prende tantissimo dall’LP “Utopia” del 2017 e ovviamente dal suo ultimo “Fossora“, per questa scelta ottiene il mio massimo rispetto, non che lo abbia mai perso ma non è da tutti.
Il pubblico apprezza, è molto concentrato di fatti siamo ad uno show che potrebbe benissimo stare in un teatro, pubblico seduto e in silenzio.
Nessuna strizzata d’occhio per il pubblico, nessun “Ciao Bologna”, nessun ammiccamento, solo sul finale quando la tensione e la concentrazione possono scemare verso la chiusura allora ringrazia con calore il pubblico presente.
Il messaggio di Björk è chiaro, è necessario un maggiore impegno verso una nuova utopia dove la relazione umano-tecnologia-natura sia ripensata per non morire da cambiamento climatico, una società patriarcale e fallimentare deve invece muoversi verso un vero matriarcato, non certo quello promosso da donne che imitano gli uomini nell’amministrazione del potere.
Non sono d’accordo con Mattia Barro di Rolling Stone che a proposito dello show aggiunge “purtroppo resta schiacciato nell’impossibilità di concretizzare anche solo per un momento il suo messaggio (e non basta l’aiuto di Greta Thunberg)“, cosa pensa il buon Barro? Che Björk in quanto artista possa concretizzare il messaggio? Ah no! Voleva ballare… “Non ci è dato di ballare, non ci è dato di interpretare con il nostro corpo quanto stiamo provando; siamo limitati a guardare, in modo passivo, per un’Utopia che a maggior ragione diventa irrealizzabile nelle nostre vite. Entrare in contatto con il nostro corpo è il modo più efficace per stimolare una riconnessione sensibile con la Natura, essendo il nostro corpo – prima di tutto – Natura stessa” (vabbeh!). Come se riflettere e contemplare non possano essere sufficienti, personalmente non ho mai avuto la necessità di ballare ai concerti per amare ed immergermi nella performance.
Entraci nel mood di Björk o altrimenti ne verrai fortemente deluso. Non abbiamo più di fronte l’artista di “Debut” e “Post” ma quella di “Homogenic” e “Vespertine” ma sopratutto dobbiamo meglio conoscere la donna artisticamente e politicamente impegnata che con un pizzico di eccentricità riflette sui temi legati alla tecnologia e al clima “Utopia” e “Fossora“.
La setlist:



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