Fin dalle prime note dell’iniziale “Infinite Surprise“, anche un sordo capirebbe che il nuovo lavoro dei Wilco, eccetto in sporadici episodi, non ricalca lo stile e l’approccio delle loro ultime produzioni (non proprio memorabili) caratterizzate in larga misura da un country-folk un po’ reazionario e poco incline alla modernità.
In “Cousin“, per l’appunto, complice anche la produzione di Cate Le Bon, Tweedy e soci ritrovano in buona parte quella vena art-rock di quindici – vent’ anni fa, quando diedero alla luce due autentici gioielli come “Yankee Hotel Foxtrot” e “A Ghost Is Born” che segnarono il rock americano di quegli anni e lo traghettarono nel nuovo millennio.
Una delle tracce migliori è proprio l’opener: produzione davvero ricercata e una stratificazione sonora da applausi. Chapeau.
Molto ispirata anche la successiva “Ten Dead” pervasa da un’atmosfera malinconica, mentre “Sunlight Ends” colpisce per il suo incedere morbido e il suo essere magicamente sospesa. Convince meno il primo singolo “Evicted“, buon pezzo ma piuttosto canonico e più in linea con gli ultimi dischi.
Da menzionare sicuramente “Pittsburgh” che inizia con un suggestivo arpeggio e poi sorprende togliendo il fiato. Ma l’apice assoluto è probabilmente “A Bowl and A Pudding” con soluzioni, intrecci e tessiture che potevano essere partoriti solo da veri fuoriclasse.
Nel disco, in conclusione, c’è una profondità, una sostanza e una ricercatezza che mancavano da un po’ nella loro musica.
Bentornati, cari vecchi Wilco.
(FLM)



Lascia un commento