Una trio di ex studenti della Glasgow School Of Art si formava nel 1999, successivamente inserivano la cantante Sue Tompkins per formare il progetto che avrà brevissima durata Life Without Buildings con Will Bradley (batteria), Chris Evans (basso) e Robert Johnston (chitarra). La band si congederà nel 2002 senza mai più dare notizia (musicale) di se.
Giusto il tempo, quindi, di pubblicare l’unico album in studio nel 2001 “Any Other City” con il quale il quartetto riesce a dar vita a qualcosa di piuttosto speciale, di una brillante e singolare poetica.
Album che non ebbe immediato riscontro ma un lento successo di critica e di sempre maggior interesse nel mondo indie-rock. Le poche interviste ci raccontano di una band orgogliosa del disco ma senza il desiderio di ottenere un successo e tanto meno in retrospettiva. Rarità!
Ebbero un momento in cui furono in cartellone insieme agli Strokes, momento questo che definiscono come un “incidente” non trovandosi con la proposta degli Strokes, giudicata troppo “NME Friendly“, non condividendola se ne allontanarono. Un tale approccio certo non li aiutò ma non era nemmeno un loro reale interesse.
Il cantato-parlato di Sue Tompkins è centrale nel disco e la scelta di inserirla nella band fu perfetta. NME la recensì ferocemente “solo i pazzi e i parenti stretti potrebbero affezionarsi a Tompkins“, il Guardian non molto meglio “trillante come un Tellytubby sotto acido“, eppure questo disco è strepitoso.
I testi sono spontanei e volutamente sconnessi, interrotti ad arte, sembra veramente che la Tompkins non sapesse come terminare certe frasi ma la realtà è che probabilmente la formazione artistica della band ha permesso tale costruzione e lo conferma il duraturo successo nella nicchia dell’indie-rock diventando un album di culto.
Chitarra notevole, pulita ma non troppo, quella giusta combinazione che non fa sfociare nel Lo-Fi, basso e batteria ricchi di soluzioni e intelligenza, negli ascolti ripetuti è facile trovare sfumature e preziosismi che la prima volta sfuggono.
È facile comprendere perché “Any Other City” sia diventato un disco cult piuttosto che un grande successo. Poco amichevole per chi non frequenta certe sonorità, necessita di maggior curiosità da parte dell’ascoltatore.
Un disco prodotto molto bene e registrato senza sovra incisioni e in presa diretta, rende questo album spontaneo e capace di trasmettere grande libertà espressiva. Ascoltarlo più e più volte vi permette di entrare in questa piccola magia, soprattutto quando abbiamo assorbito l’approccio vocale adottato dalla Tompkins. La registrazione in presa diretta è confermata dal disco live uscito nel 2007 nel quale le sonorità sono le medesime.
Se penso che dopo questo disco non c’è stato più alcun seguito, nessuna reunion, mi porta a pensare di avere di fronte una sorta di perla preziosa della musica a cui dedicare attenzione e amore. Anche oggi che sono tornati in auge grazie a dei “tiktoker”, non si scompongono. Gli unici ad approfittarne sono le case discografiche che ristampano il disco in colorazioni e fantasie varie su vinile, ovviamente e anche grazie da chi desidera come me di possederne una copia.
Anzi, un grazie ad Enrico Silvestrin che un paio di anni fa trasmise un pezzo di questo disco e le mie orecchie furono buoni ricettori e ora godo di qualcosa di veramente figo!
Questo disco uscì nel febbraio 2001, da li a poco (luglio 2001) sarebbe uscito “This is It” degli Strokes che ebbe enorme successo popolare. Facile quindi per molti dimenticare i Life Without Buildings che per natura non aspirarono a salire sul carro degli Strokes.
A settembre cadevano le Twin Towers di New York e negli anni successivi saranno molte le sfumature scure e notevoli nella musica ma anche terribili come per certa Emo di scarsissimo rilievo.
Pezzo da ascoltare per primo che rappresenta la sintesi perfetta è “The Leanover” e poi c’è da lasciarsi travolgere, mettendolo in loop… Vedrete che senza nemmeno sforzarvi diventerà un amico prezioso!



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