
- Autore: Dane Anders Trentemøller.
- Titolo: Dreamweaver.
- Etichetta: In My Room.
- Durata: 49′, 10 brani.
- Genere: Dream Pop, Dark Wave, Ambient Pop.
- Provenienza: Danimarca.
- Nato il: 16 Ottobre 1972.
Fin da subito Dane Anders Trentemøller ci ha abituati a capacità di trasformazione non solo tra le pubblicazioni ma anche all’interno di un singolo album. In grado di costruire dei breake mirabili attraverso transizioni che sanno generare tensioni emotive notevoli come in uno dei migliori dischi di sempre di techno minimale (“The Last Resort“, 2006), successivamente invece è stato più propenso ad atmosfere dilatate miste a forti influenze post-punk, wave e darkwave di matrice 80s,
Oggi Trentemøller arriva alle atmosfere “dreamy” dopo aver esplorato a modo suo l’house e la techno del già citato album del 2006, alle atmosfere electro-western di “Into the Great Wide Yonder” (2010) in cui troviamo il primo utilizzo del cantato con le voci femminili di Marie Fisker, Josephine Philip e quella maschile di Fyfe Dangerfield. Voci che da qui in poi non sarebbero più mancate.
Prima di arrivare all’odierno “Dreamweaver” attraversa altre fasi, Il passaggio con “Lost” (2013) ci racconta di una esplorazione e un’ulteriore evoluzione del suo suono. Allontanandosi parzialmente dall’elettronica “pura” che lo ha contraddistinto, passa a un quasi slowcore attraverso le molte partecipazioni, dai Low a vari vocalist tra cui Sune Rose Wagner (The Raveonettes), Jana Hunter (Lower Dens) e Kazu Makino (Blonde Redhead); produce un album con tracce a diversa tonalità stilistica. Nonostante la varietà dei collaboratori, il disco mantiene una coesione estetica, grazie alla produzione meticolosa del Nostro e al suo tipico uso di soundscapes scuri e texture complesse.
Non gli è mancata la fase più shoegaze con forti elementi 80s in “Fixion” (2016) che vedeva anche la partecipazione di Jehnny Beth (Savages) e in “Obverse” (2019) attraverso un’immersione post-punk e shoegaze, esprimeva la volontà di sperimentare poiché il presupposto fu di non portare i pezzi dal vivo, in questo modo a suo modo di vedere, si sarebbe liberato del pensiero di come riprodurre live le tracce.
“Memoria” nel 2022 era la sua personale sublimazione delle influenze post-punk anni 80 unita all’elettronica dei synth odierni ma, come spesso nelle sue produzioni, non è mai solo elettronica ma bensì anche gli elementi acustici sono fusi nelle atmosfere cupe del disco.
Da qui riprende il discorso e dalle atmosfere di “Memoria” a quelle di “Dreamweaver” il passo è breve, forse troppo breve perché risulta quasi una prosecuzione. Anche intitolare un disco che suona dream “Dreamweaver” non è esattamente originale. Nulla di male certo ma Trentemøller mi aveva abituato a scelte più originali ma tant’è.
Il disco risulta molto ordinato, con la solita eccellente produzione, capace di amalgamare dieci tracce come capitoli, fornendoti l’esperienza di uno storytelling.
Se diciotto anni fa il beat era preponderante nelle sue produzioni, da ormai anni il danese ama tessere il proprio ordito sonoro con elementi acustici ed elettronici dove il telaio da club praticamente scompare (remix esclusi ovviamente). In questo LP la voce è affidata all’islandese DìSA (Disa Jakobs) che sembra essere perfetta per interpretare i pezzi morbidi pensati da Trentemøller, la Jakobs è presente su 8 delle 10 tracce le restanti sono strumentali.
Preannunciato con tre singoli ovvero le prime tre tracce dell’album, ottimi pezzi che mi hanno fatto ben pensare al resto dell’album e che appunto, suggerivano continuità di sound e afflato con “Memoria“, di fatti la suggestione degli 80s per Trentemøller non è ancora terminata. “I Give My Tears” nonché “Behind My Eyes” sono tracce piene e potenti, il sound di rullante non è tra i miei prediletti ma è perfetto nel contesto. La voce di DìSA è fondamentale, dolcemente avvolgente e riverberata a dovere per rispondere all’esigenza dreamy, mai stucchevole e con un timbro simile a Lisbet Fritze ma trattata con un pizzico meno di echi.
Trentemøller riesce a produrre un album, l’ennesimo di qualità, rielaborando ancora una volta le sue influenze e la sua carriera in un connubio elegante di melodie “brillantemente scure” in cui tratta la voce di DìSA come una sorta di echo spazialmente distribuito. Non ho una particolare predilezione per le latitudini dream, tendo a esaurire presto l’entusiasmo ma sinceramente con questo autore non mi accade.
“In A Storm” è un gran bel momento nonostante l’assenza di DìSA, la successiva “Winter’s Ghost” è una lenta ballata che porta alla chiusura dei quasi 50 minuti affidata didascalicamente a “Closure” che rimane un pezzo delicato che ti accompagna ad un dolce sonnellino oppure a premere Play e riprendere dall’inizio, la seconda opzione è quella da agire!
Il paesaggio sonoro dipinto da Dane Anders Trentemøller raffigura un oscuro abisso di echi ipnotici e spaziosi con una produzione che ti lascia transitare a stati onirici e al contempo lucidi, offrendoti solo conforto ai tuoi pensieri, è quasi una terapia.
(Brani scelti per la Playlist “Picks” qui di sotto “Dreamweavers” e “Behind My Eyes“)
(ogni “opinione non richiesta” è accompagnata dalla scelta di due brani messi qui👇🏼)
(Trentemøller | Essential ☕️)



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