Maruja, Live, Covo Club, Bologna, 3 Ott. 2024
E’ andata più o meno così…
Hai 52 anni, sia al lavoro che tra alcuni amici si parla di questo “nuovo” disco di David Gilmour, tu non ne vuoi sapere nulla, per te i Pink Floyd sono stati gli ascolti psichedelici da adolescente, hai goduto tantissimo ma poi sei andato avanti. Mosso dalla volontà di perculare amici e colleghi premi “play” su Spotify e provi ad ascoltare. Nel mentre le note di D.G. si susseguono e il tempo passa, senti le articolazioni scricchiolare, il mal di schiena e la cervicale che si infiammano e i tuoi capelli già bianchi e radi ti sembra stiano anche ingiallendo. Spegni tutto ed emetti un enorme VAFFA!
Arriva il 3 Ottobre e quel biglietto da 15€ (meno della metà di un vinile di Gilmour) ti ricorda che alla sera un quartetto di Manchester sarà nella tua città sebbene (ahimè) in un postazzo (non si offendano gli amici del Covo ai quali il merito di portare un sacco di realtà emergenti e per lo più sconosciute).
La giornata lavorativa è stata l’ennesima pesante e assassina, hai la mezza idea di mollare e svenire nel letto ma qualcosa ti dice che NO, ti metti una maglietta e un paio di jeans e vai, così agisci ed esci.
Harry Wilkinson (voce e chitarra), Jacob Hayes (batteria), Joe Carroll (sassofono), Matt Buonaccorsi (basso 5 corde) entrano in scena accolti subito molto calorosamente (bravi “bolognesi”). Sganciano subito tre mine così violente e potenti da far saltare la gente in aria e non è una metafora! Wilkinson è incontenibile, cerca visceralmente il contatto col pubblico ed è travolgente. Il suo rabbioso flow tra spoken e rap mi riporta alle performance migliori di Zac de la Rocha e soci. I Maruja, abilmente, prendono dai Rage Against The Machine proprio l’aspetto della rabbia-hip-hop ma senza la dose funk che sostituiscono col noise-rock e post-hardcore.
“Break The Tension” è un nuovo singolo uscito proprio il 3 ottobre, i Nostri si sono sempre auto-prodotti e forse da oggi scopriamo che hanno un accordo con Music For Nations (Tool, Porcupine Tree, Opeth, ecc). Pezzo bomba che ancora una volta offre un marchio di fabbrica, riconosceresti la band anche ad occhi chiusi e dal vivo è A-TO-MI-CO!
Joe Carroll come Wilkinson è un animale da palco, scende nel pubblico col sax e sembra entrare in una sorta di trance-performance per trovare il meglio della sintonia tra band e pubblico, il sax di questa band non è un orpello ma è addirittura più rilevante della chitarra di Wilkinson che percuote, distorce in continuazione ed effetta creando risonanze e loop noise, mentre in sax rimane chiaro e cristallino.
Il basso di Buonaccorsi insieme alla batteria di Hayes sono un uragano che ti porta via, sono un evento naturale che scuote le membra, sono il ruggito baritonale di un leone che allo stesso tempo spaventa e affascina.
Le intense progressioni in crescendo e i break violenti sono il cuore dei movimenti della band ai quali aggiungono la psychedelia di brani come “Resisting Resistance” dove però la chitarra di Wilkinson si perde un po, ma siamo al Covo quindi…
I Maruja dal vivo sono un’esperienza travolgente, feroce, viscerale che ricorderai molto a lungo ma soprattutto quei scricchiolii da 52enne che il disco di Gilmour acuiva, i Maruja, messianicamente li hanno fatti sparire, sarà pure un effetto placebo ma “fuck love you” (cit. Harry Wilkinson)!
La Setlist:




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