
- Artista: Bill Wells & Aidan Moffat
- Titolo: Everything’s Getting Older
- Etichetta: Chemical Underground
- Formato: LP, 39′ circa
- Paese: UK, Falkirk.
- Uscita: Maggio 2011
Per il suo aspetto potrebbe superficialmente trarre in inganno ma Aidan Moffat, contrariamente anche a ciò che dice di sé stesso è un uomo, un artista ed un paroliere molto indaffarato e con una enorme esigenza creativa.
Durante la lunga pausa creativa con il suo collaboratore storico (e con il quale firma e completa gli Arab Strap) Malcolm Middleton, il nostro riesce a portare avanti vari progetti: tra questi anche una, semi-sconosciuta ai più, collaborazione con un multistrumentista anch’egli scozzese.
I dischi vengono pubblicati (con notabile risparmio di fantasia) semplicemente con i loro nomi: Bill Wells & Aidan Moffatt. Il loro disco d’esordio sin dal titolo riluce evidentemente delle abilità letterarie del nostro (passatemi il possessivo…) Aidan.
Viene infatti intitolato con un sarcastico ed icastico titolo: “Everything’s getting older”. Il quantitativo di realtà e di analisi del reale presenti nei testi scritti dal Moffat non è affatto diminuito in alcuna maniera: si guarda la vita dagli angoli bui, dagli errori, dalle fantasie fugaci e dalle scaffalature lasciate aperte.
Musicalmente il disco è suonato principalmente dal pianoforte di Bill Wells, ma sarebbe semplicemente davvero ingiusto vederlo come un sostituto (seppur di lusso) di Malcolm Middleton. Infatti gli accompagnamenti musicali tendono ad esser più pop e vari, tanto più che anche il nostro sembra concedersi maggiormente al canto. Quasi come se il nostro barbuto liricista avesse voluto concedersi una deviazione al cantautorato italico.
Provate ad ascoltare l’iniziale “Let’s stop here” e ditemi se il riff di pianoforte che lo introduce non avrebbe potuto essere un accompagnamento di un ottimo cantautore di scuola romana. Poi con l’aggiungersi di qualche modernità elettronica negli effetti sulle percussioni il nome che mi viene in mente (continuando questo gioco) sono i La Crus.
Seguon poi altri brani con ritmi vari anche ai limiti del ballabile. “The copper top” e “Dinner time” sono poi quel tipo di brani che valgon da soli il prezzo del biglietto sia per atmosfere ma anche per i testi che, raccontando magistralmente piccole storie minimali san parlare di molte vite: fors’anche di tutte. Ad appoggiare la mia tesi sulla tentazione pop del duo ecco “(If you) Keep me in your heart” un mid-tempo che non ha davvero nulla da invidiare a livello melodico a molti brani da classifica, ma non può farlo perché molti degli eroi che ascoltiamo han sempre preferito la qualità dell’introspezione alla quantità dei numeri.
Un disco dimenticato? Probabilmente e purtroppo sì, da recuperare soprattutto se amate il duo scozzese di Falkirk. Ma anche un ottimo punto di partenza se non sapete di amarli.
Se c’è una cosa buona della musica è che, come tutto invecchia, ma sicuramente non peggiora col tempo se è di estrema qualità come quella dell’album in questione.
Un piccolo extra per chi ha avuto la pazienza di arrivare fino al fondo di questa recensione: consiglio altresì di ascoltarvi anche la cover di “Cruel Summer”, un brano portato al successo dalle Bananarama ma che messo a disposizione della dolente ugola del Moffat e alle evocative mani di Bill Wells si trasforma in un’ottima colonna sonora per solitarie serate al bancone a dimenticare occasioni e godere di notorie proprietà alcolemiche di prodotti imbottigliati.



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