
- Artista: Mogwai
- Titolo: The Bad Fire
- Durata: 54 minuti circa
- Etichetta: Rock Action Records
- Pubblicazione: 24 Gennaio 2025
- Tracklist:
- God Gets You Back
- Hi Chaos
- What Kind Of Mix Is This?
- Fanzine Made Of Flesh
- Pale Vegan Hip Pain
- If You Find This World Bad, You Should See Some Of The Others
- 18 Volcanoes
- Hammer Room
- Lion Rumpus
- Fact Boy
Sono una persona semplice.
Faccio partire il nuovo disco dei Mogwai e in una manciata di secondi mi faccio trasportare senza resistenze in una delle immagini di “Tales From The Loop” di Simon Stålenhag. Un giro di synth dal gusto sci-fi su cui si innestano altri suoni retrofuturistici prima dell’entrata di voce, chitarra, basso e batteria che aumentano improvvisamente il numero dei giri del pezzo.
“God Gets You Back” si snoda potente, dinamica ed evocativa per tutti i suoi quasi 7 minuti di durata. Per il mio gusto si parla di un’apertura pressoché perfetta.
La successiva “Hi Chaos” è puro Mogwai sound al 100%, di quelli post Rock Action.
Un arpeggio di chitarra che ti ancora al pezzo, come un totem che ti manterrà saldo mentre nei successivi minuti la band gioca coi consueti crescendo e dinamiche, come nella successiva “What Kind Of Mix Is This?” nella quale le chitarre disegnano un riff che incrocia sonorità che lambiscono il metal e lo space rock.
“Fanzine Made Of Flesh” è un pezzo che richiama altre composizioni delle ultime produzioni, quadrata e ben strutturata in una forma canzone canonica, che a inizio carriera era veramente difficile immaginare potesse essere prodotta dagli scozzesi. Inchiodano comunque un pezzo con un gran tiro, sulla scia di “Ritchie Sacramento” e “San Pedro” che compaiono sui lavori precedenti.
I Mogwai hanno progressivamente aggiunto e mescolato decine di colori e sfumature alla loro tavolozza, mixandoli senza limiti alla loro solidissima base post-rock, arrivando a sfiorare miriadi altri generi come l’alternative, l’elettronica e lo shoegaze, come si sente più che chiaramente nell’ottima “18 Volcanoes“, il terzo pezzo del disco in cui viene utilizzata la voce.
Più scarna e minimale, dalle fortissime tinte dark, “Pale Vegan Hip” col suono di chitarra, mi ha quasi portato a toccare i lidi di “Disintegration” e “Wish“. Credo che se Robert Smith avesse partecipato alle sessioni di registrazione di “Les Revenants“, il risultato sarebbe molto vicino all’atmosfera di questo pezzo.
Le vibrazioni Alternative di “Hammer Room“, la potente, epica e distorta cavalcata “Lion Rumpus” e la dolcezza di “Fact Boy“, splendida ninna nanna sospesa tra echi dei primi Sigur Ròs e violini dal sapore celtico, chiudono il disco.
I 54 minuti del disco ti portano in una dimensione dilatata, immergendoti in una colata di magma caleidoscopico, che travolge e ingloba ogni cosa che trova sulla propria strada. La produzione di John Congleton a tratti spinge forte sulla componente più elettronica riuscendo a incastrarla nel sound della band senza snaturarne il sound di base, evitando di farla sentire come un corpo estraneo.
Per concludere, parlo a parte della splendida “If You Find This World Bad, You Should See Some Others“, perché è la sintesi perfetta dell’evoluzione dei Mogwai.
È un pezzo violento nelle sue alternanze tra pieno e vuoto, qualcosa che affonda le sue radici nei primi, seminali lavori ma le mitiga con un controllo chirurgico del suono distorto e della dinamica, sublimando perfettamente il lungo percorso dalla band di Glasgow.
Da furiosi dinamitardi a maestri della composizione che ancora riescono a scrivere brani che toccano le corde emozionali dell’animo umano.
Penso seriamente che potrebbero mettere in musica un documentario sui frullatori ad immersione risultando comunque credibili.
30 anni di carriera.
Undici dischi, una vagonata di colonne sonore.
A conti fatti, nessun disco sbagliato.
Se il mondo continua a girare al contrario, aggrappatevi alle vostre certezze.
I Mogwai per me, sono una di queste.
(Endriu)



Scrivi una risposta a Enri1968 Cancella risposta