
- Artista: Nadine Shah
- Titolo: Filthy Underneath
- Durata: 49 minuti circa
- Etichetta: Emi North
- Pubblicazione: 23 Febbraio 2024
- Tracklist:
- Even Light
- Topless Mother
- Food For Fuel
- You Drive, I Shoot
- Keeping Score
- Sad Lads Anonymous
- Greatest Dancer
- See My Girl
- Twenty Things
- Hyperrealism
- French Exit
Tra le molte cose che mi fanno apprezzare l’arte di Nadine Shah c’è il fatto che ogni suo album è tematico, quasi come fosse una tesina. L’autrice analizza, valuta e scorpora il soggetto in questione e difficilmente il suo ascoltatore non può non uscirne arricchito.
In questo suo nuovo lavoro lo sguardo ed il focus è puntato su sé stessa e sulle prove che la vita le ha posto innanzi. Non sempre a testa alta la cantautrice inglese di origini norvegesi e pakistane ci racconta della sua odissea personale, delle cadute, della vergogna e del dolore verso una non poi così scontata Itaca. Per questo e per altri motivi considero questo “Filthy Underneath” uno dei suoi migliori album.
Pubblicato nel 2024 dalla Emi North, non è un semplice inno alla resilienza, tutt’altro, è proprio un mettersi di fronte ad uno specchio ed un saper riconoscere le proprie debolezze ed i propri perversi meccanismi psicologici che fanno di noi stessi il nostro peggior carceriere ed aguzzino. Una puntuale, fredda descrizione dell’inquietudine: le sue canzoni sono come squarci di realtà, tanto ficcanti quanto febbrili. Sono chirurgiche analisi dei patimenti dell’autrice come quelle di tutti noi. Mi viene davvero difficile pensare ad altri cantautori di questa generazione con un così alto livello di intensità letteraria.
Musicalmente il disco ha un’ottima produzione che sa prendersi i suoi rischi sia dal punto di vista melodico che da quello degli arrangiamenti che hanno un loro carattere volutamente ansiogeno.
La collaudatissima rock band che la segue sa accompagnare le parole dell’autrice con ritmiche quasi tribali ed incalzanti ma anche con riff di synth acuminati. Anche nei momenti più rarefatti non è mai una semplice nostalgia quella che viene suggerita ma un dolore per un allontanamento, una sindrome dell’impostore o anche un semplice sentirsi inadeguati quando (e non solo) si è al centro dell’altrui attenzione.
Non un album banale quindi, ma un’opera che nasce da esigenze intime dell’artista. Mancano infatti totalmente ingenui ritornelli o consunte progressioni melodiche.
Oltre agli splendidi singoli mi piace segnalarti le intense “Keeping Score” e “Sad Lads Anonymous” dove Nadine Shah si confronta sia con lo sprechgesang che lo spoken word. Due brani dove, ancor più, lo sguardo degli altri diventa giudicante e più affilato di una lama di coltello.
Un altro brano straordinario è la conclusiva “French Exit” il cui titolo gioca con il suo doppio significato: se in ambito sociale e mondano l’espressione significa l’allontanarsi da un’occasione sociale senza farsi notare, in ambito psicologico significa invece il volersi unire al mondo dei più senza lasciare spiegazione alcuna, senza disturbare.
Lo diceva qualcuno, e lo diceva bene, anche la disperazione impone dei doveri e l’infelicità può essere preziosa; questo disco ne è una sfolgorante ed ulteriore dimostrazione.
- Dan Crook – Engineer and Mix
- Katie Tavini – Mastered by
- Ben Hillier – Mixed By – Producer



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