
- Band: The Notwist
- Titolo: Neon Golden
- Durata: 51 minuti circa
- Etichetta: City Slang
- Pubblicazione: 2 Febbraio 2002
- Tracklist:
- One Step Inside Doesn’t Mean You Understand
- Pilot
- Pick Up The Phone
- Trashing Days
- This Room
- Solitaire
- One With The Freaks
- Neon Golden
- Off The Rail
- Consequence
Tra le molte cose che ci han spinto a scrivere e fondare questo blog di musica c’era il bando di qualsiasi nostalgia vista come voglia di rimanere ancorati alla musica dei nostri cosiddetti “anni migliori”. Non che non ce ne fosse di buona musica, sia ben chiaro. Ma pretendere che magicamente nessuno sapesse più scrivere un buon brano musicale era francamente egomaniacale oltre che stupido e semplicemente irreale.
La musica degli ultimi cinque lustri è capace di creare valore intimo e sentimentale quanto quella del millennio precedente: eccovene la prova.
Anno del signore 2002, dopo aver esordito nell’ambito grunge-metal (eh!), una piccola band tedesca formata da due coppie di fratelli di una piccola città vicino a Monaco di Baviera pubblica il loro terzo album che vede però un cambio totale del loro sound, anche se una forte sterzata era già presente nel precedente “Shrink”.
La band vede come principale protagonista il chitarrista e frontman Markus Acher, un po’ il tuttofare non solo di questo progetto musicale ma anche di molte altri progetti che di lì a poco pubblicheranno per la consorella etichetta “Morr Music”. Insomma una figura pivotale nell’ambito della cosiddetta indietronica.
L’album di cui vi voglio parlare è “Neon Golden” dei The Notwist.
Il fascino principale di questo album è che è un disco pieno di contraddizioni e perciò enorme: proprio il saper bilanciare gli elementi umani e sentimentali con le fredde sonorità delle macchine a renderlo seminale ed incidentalmente unico.
Prodotto e registrato con un’attenzione ed una dedizione degna di un monaco amanuense benedettino, del disco infatti colpisce il controllo e la sapiente misura nel mescolare i vari ingredienti sia emotivi che propriamente sonori.
Ciò che rende poi questo album ancor più importante è poi l’irrinunciabile propensione al pop. Tutti i brani son canzoni con strutture classiche ma che sono poi sporcate appunto da glitch elettronici ma anche da chitarre sature (vedi “One with the freaks”). Non si rinuncia poi alla ritmicità ballabile in brani come il singolo “Pilot”. L’emotività è fortemente presente in brani come l’atmosferica “Pick up the phone” che palesemente porta avanti il tema della straziante attesa di un confronto con il partner. Ancora più atmosferica ed impenitentemente pop è “Consequence”.
Se è vero, come molti dicono, che questo album non sarebbe esistito senza “Kid A” dei Radiohead, io umilmente credo che la volontà della band tedesca non fosse quella di voler sperimentare ed innovare come fece la band di Oxford, ma quella di creare un gioiellino di (come all’epoca mi piaceva definirlo) “elettronica dolce”.
Le carriere successive di Markus Acher e dei The Notwist nonché la loro iperproduttività in questo ambito musicale mi pare segnalino evidentemente la grande attenzione all’artigianalità senza però mai far mancare lo spirito artistico.
Forse il tempo ci farà dimenticare questo disco ma sarebbe un enorme errore di distrazione. E son tempi maledettamente distratti questi.
Fortunatamente certe ferite e certi dolori lasciano, in chi li ha saputi provare, dei segni indelebili.
Lasciatevi ferire.
- Mastered By Chris Blair
- Recorded By, Mixed By Mario Thaler
- Recorded By, Mixed By O.L.A.F. Opal



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