
- Band: Sexwitch
- Titolo: Sexwitch
- Anno: 25 Settembre 2015
- Etichetta: The Echo Label + BMG
- Genere: Psychedelic Rock
- Paese: UK
- Track list:
- Ha howa ha howa
- Helelyos
- Kassidat el hakka
- Lam plearn kiew bao
- Ghoroobaa ghashangan
- War in Peace
Ci sono dischi che se provi a descriverli in poche parole sembrerebbero quantomeno improbabili o vieppiù inascoltabili, ne volete una prova?
L’album di cui vi voglio parlare nasce da una parte dalla collaborazione tra una cantautrice elettronica di origini pakistane di Wembley (sulla falsa riga di grandi come Kate Bush e Björk). Dall’altro lato c’è una band di psych e krautrock inglesissima che ha come riferimento principale la psichedelia anni 70 proveniente da entrambe i fronti dell’oceano Atlantico. I protagonisti di questa collaborazione sono Bat for Lashes (ovvero Natasha Khan) e i Toy: incontratisi per il disco “The Bride” della stessa Khan, che inopinatamente, decidono di fare un EP di cover di musiche tradizionali provenienti dal Marocco, Iran e dalla Thailandia. Per non lasciar nulla di intentato, l’ultimo brano è una canzone antimiltarista del 1969 di un cantautore canadese che collaborò con i Jefferson Airplane (Skip Pence).
A far da collante a questo progetto c’è il loro produttore: un certo Dan Carey, Il buon Dan li chiude in studio di registrazione a realizzare questo disco “live” forse altrimenti impensabile. E c’è da ringraziarlo.
Il progetto Sexwitch (così si chiama) vede la luce nel 2015 verrà poi promosso con un purtroppo brevissimo tour.
Ma veniamo al disco che si presenta come una sorta di splendida contraddizione musicale: dal lato coreutico (dance) il disco porta ad una danza ossessiva adatta ad un rito curativo e liberatorio. Una sorta di pizzica ai tempi della cultura globale: i cui fini sono poi in realtà assolutamente gli stessi. Riti cioè che, ai tempi dei nostri nonni e bisnonni, servivano in molte maniere a poter esprimere e poter dire l’indicibile tramite il “morso della taranta”.
Se Natasha Khan fa del suo meglio per liberarci dal nostre sovrastrutture culturali i Toy ci tengono ben artigliati con una orchestrazione da band musicale modernamente rock.
A livello di testi nei brani scelti si parla (guarda caso!) di amore, di mortalità e di temi assolutamente universali dove la ripetizione del testo coadiuva e rende ancor più efficace l’azione e l’evocazione rituale del ciclo vita-amore-morte-rinascita.
È dai contrasti e dagli incontri inaspettati che nascono le situazioni più interessanti come questo EP che supera brillantemente l’esame del passaggio tempo. Lo fa poi nel modo migliore: fregandosene altamente.
Cosa che, insieme all’ascolto di questo disco, immodestamente vi consiglio anche io…



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