“Auto Pilot” – Queens of the Stone Age – “Rated R” – 2000
I Queens of the Stone Age (QotSA) sono nati nel deserto, e non è solo un modo di dire: Josh Homme, reduce dallo scioglimento dei Kyuss, ha raccolto polvere e riff e ci ha costruito sopra un mostro a più teste, una macchina che macina groove sotto il sole cocente di Palm Desert, e che cambia pelle a ogni disco come un serpente che non vuole mai smettere di sorprendere. “Auto Pilot“, terza traccia del leggendario “Rated R” del 2000, è la ballata tossica che non ti aspetti, una specie di risveglio stonato dopo una notte di eccessi, con Nick Oliveri che per una volta sembra quasi sobrio, la voce che scivola su un tappeto di chitarre ipnotiche e basso pulsante. Qui dentro ci sono tracce di alcol e privazione del sonno. La critica, all’epoca, si è inginocchiata di fronte a “Rated R”: disco che ha sparigliato le carte dello stoner, portando i QOTSA fuori dal ghetto delle ma senza perdere un grammo di follia, anzi, guadagnandoci in accessibilità e credibilità.
“Rated R” è stato definito da molti come il disco che ha dato ai Queens la patente di “band vera”, il trampolino che li ha lanciati verso la consacrazione globale di “Songs for the Deaf“, ma già qui c’è tutto: la doppia anima, la voglia di rischiare, la lista di ospiti improbabili come Rob Halford dei Judas Priest che passa di lì per caso e finisce a urlare nei cori, Mark Lanegan che aggiunge ombre e profondità, e un senso di pericolo costante, come se ogni pezzo potesse esplodere da un momento all’altro.
“Auto Pilot” è una semi-ballad, lenta e vischiosa, che ti si appiccica addosso come il sudore dopo un concerto nel deserto, una canzone che parla di fuga e alienazione, ma lo fa con quella dolcezza malata che è diventata il marchio di fabbrica di Homme e soci.



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