“Litio” – Massimo Volume – “Cattive abitudini” – 2010
I Massimo Volume, per chi non li conoscesse (e vergogna, dovresti!), sono una specie di leggenda in Italia. Nati a Bologna, sì, la città dei tortellini e dell’università, ma anche di un certo tipo di malinconia urbana che questi ragazzi hanno saputo distillare come nessun altro. Sono emersi alla fine degli anni ’80 e per tutti gli anni ’90 sono stati i custodi di un post-rock che era più narrazione che canzone, con la voce di Emidio Clementi che ti sussurrava storie, ti raccontava vite, ti portava dentro a un universo fatto di parole e atmosfere rarefatte. Poi, si sono presi una pausa, un silenzio durato anni che ci ha lasciato tutti con un vuoto nello stomaco. Ma poi sono tornati, e che ritorno, eh? “Cattive abitudini” è stato il loro modo di dirci: “Siamo ancora qui, e abbiamo ancora qualcosa da dire.”
“Litio” è il cuore pulsante di quell’album, un pezzo che ti si insinua sotto la pelle. La loro forza è sempre stata quella di creare tensione con poco, con le parole che pesano come macigni e la musica che ti culla in un’inquietudine controllata.
Si dice che il titolo del pezzo possa fare riferimento al carbonato di litio, quel farmaco usato per stabilizzare l’umore. Pensaci: una canzone che parla di fragilità, di equilibrio precario, di quella sottile linea tra la normalità e il precipizio. Non è solo un nome, è un simbolo, una metafora della condizione umana, di quanto siamo tutti un po’ sul filo del rasoio. Quando ascolti “Litio“, ti senti parte di qualcosa di più grande, di un’esperienza collettiva che ti rende consapevole di quelle “cattive abitudini” che ci portiamo dietro, quelle che ci definiscono, nel bene e nel male. Ti lascia con quella sensazione agrodolce, quella quiete prima della tempesta, o forse, dopo.



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