Due ore, trenta brani, un giro tra le vene pulsanti della musica contemporanea.
Partiamo dall’universo indie e alternative, dove brillano i Still Corners con la loro “Summer Nights”: duo anglo-americano che ha fatto della nostalgia synth e delle atmosfere cinematiche la propria cifra, come se i Chromatics avessero deciso di fare un picnic a Brighton sotto la pioggia. Nilüfer Yanya, invece, porta l’indie pop londinese su territori più soul e chitarristici, con una voce che graffia e accarezza, figlia di mille contaminazioni. Jonathan Richman è la leggenda vivente: ex Modern Lovers, eterno outsider, capace di scrivere canzoni che sembrano filastrocche e invece sono poesia urbana, qui con “I Was Just A Piece Of Frozen Sky Anyway” ci ricorda che la semplicità è rivoluzione.
Nel territorio elettronico e sperimentale, spiccano i FJAAK, duo berlinese che ha fatto della techno analogica una dichiarazione d’intenti, e qui si alleano con J.Manuel per “Binder”, un pezzo tra drum machine e polvere di rave. Jennifer Touch si muove tra synthwave e dark disco, con un immaginario che sembra uscito da un club di Berlino degli anni Ottanta, mentre Buzz Kull porta il darkwave australiano a livelli di inquietudine quasi mistica: synth, drum machine e ombre lunghe.
Non manca il cantautorato contaminato: Paul Banks, voce degli Interpol, si cimenta con “Sister Midnight”, omaggio a Bowie e Iggy Pop, dimostrando che il post-punk può ancora essere elegante e decadente. Mina Tindle e Sufjan Stevens si incontrano in “Heaven Thunder”, un duetto che fonde folk, elettronica e malinconia, con Sufjan che ormai è diventato il Mida indie: tutto ciò che tocca si trasforma in oro emotivo.
Sul fronte spoken word e hip hop alternativo, Kae Tempest con “I Stand On The Line” conferma di essere una delle voci più potenti della scena britannica: poesia, denuncia sociale, beat minimali e una presenza che buca le casse. For Those I Love mescola elettronica, spoken word e un lirismo che sa di Dublino e di notti insonni, mentre BIG SPECIAL con “THE BEAST.” porta un post-punk urlato e teatrale, tra rabbia e ironia.
E poi c’è il supergruppo improvvisato di Drink The Sea, Peter Buck, Duke Garwood, Alain Johannes, Barrett Martin con “Land Of Spirits”: un incrocio tra desert rock, psichedelia e blues, con Peter Buck (già chitarrista dei R.E.M.) a ricordarci che il rock è ancora un linguaggio universale, soprattutto quando si sporca le mani nella polvere.
Questa playlist è un mosaico di generi: indie pop, post-punk, elettronica, darkwave, folk, spoken word e psichedelia. Ogni brano è una porta da aprire, ogni artista un universo da esplorare. Qui non si tratta di catalogare, ma di lasciarsi travolgere. Perché la musica, come diceva Lester Bangs, è tutto ciò che ci rimane quando il rumore del mondo si spegne.
FREE GAZA!
Come sempre, ecco il link per la playlist su YouTube gestita da Stereobar 👇🏼👇🏼👇🏼





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