Anche la cara Bjork si aggiunge agli artisti che compiono un’azione contro Israele al fine di far emergere la delirante, oscena, infernale situazione dei Palestinesi – Impedisce agli israeliani di accedere al proprio catalogo musicale sulle piattaforme digitali, un’azione mirata. Grazie! Ti adoriamo!
In questo ultimo giorno d’estate, da domani sarà ufficialmente autunno (si vabbeh) ti proponiamo la nostra solita discovery e ti raccontiamo di seguito una sintesi ma è ovvio che le tue orecchie devono darsi un po da fare…
Iniziamo con il re indiscusso del bassismo progressivo e del funk-jazz, Thundercat. Nel pezzo “I Wish I Didn’t Waste Your Time” da una lezione su come disegnare groove. Qui si unisce a Remi Wolf per “Children of the Baked Potato“, un titolo che da solo basta per farci sorridere, mentre ci sorprende con un funk psichedelico che sembra uscito da un sogno bizzarro.
Dalla California ci spostiamo alla fresca Irlanda con NewDad e il loro indie rock malinconico in “Misery“, passando alla scena synthwave, Nation of Language con “Can’t Face Another One” ci riporta agli anni ’80 con quei suoni che sembrano la colonna sonora degli eurofilm adolescenziali ma con un tocco meno “broncio da teenager” e più cool da adulto navigato.
Per chi ama l’elettronica raffinata e ipnotica c’è il genio di Four Tet, alias Kieran Hebden, con “Secret City“. Collaborazione con William Tyler che fonde folk e elettronica in un pezzo da ascoltare con le luci soffuse e la mente aperta. Piccola curiosità: Kieran è famoso per pescare campioni sonori dagli angoli più impensabili, da vecchi vinili di jazz a registrazioni di rumori ambientali di città.
SANAM ti porta invece un tocco esotico con “Harik“, una miscela che mescola world music post-rock ed elettronica in modo irresistibile, garantiti dall’etichetta Constellation. Se invece vuoi atmosfere dark e introspettive, 3-Head con “Talk to Her” è la risposta perfetta: un incrocio tra l’alternative britannico e la moderna elettronica, un po per chi si gusta la pioggia sul vetro mentre riflette sulle grandi domande della vita…
Nel filone indie più classico ma sempre d’effetto, Joan Shelley si distingue con la sua voce eterea in “Here in the High and Low“, quasi una nenia folk che ti culla come una morbida coperta d’inverno. Tune-Yards con “Sand Into Stone” invece ti sbalza in un mondo di percussioni originali e giochi vocali che sembrano usciti da una seduta spiritica con tanto di bombolette spray.
Per appassionati della sperimentazione sonora c’è “Eternal Love” dagli Avett Brothers in collaborazione con Mike Patton: un mix atipico che mescola folk, rock e una buona dose di follia controllata. Curioso che Mike Patton, il frontman dei Faith No More, riesca a infilarsi in ogni angolo musicale senza mai perdere la sua personalità magnetica.
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