
- Band: Massimo Volume
- Titolo: Cattive abitudini
- Anno: 12 Ottobre 2010
- Etichetta: La Tempesta Dischi
- Durata: 58 minuti circa – 12 brani
- Genere: Slowcore, Spoken-Word, Post-Rock
- Paese: ITA, Bologna
I Massimo Volume sono una band criminalmente sottovalutata sia in patria che all’estero.
Se può essere accettabile che fuori dai patri confini lo spoken word in italiano possa avere le sue legittime difficoltà ad essere accettato, ecco che qua in Italia trovo questa circostanza quasi imperdonabile.
Almeno per la mia formazione musicale ritengo la band di “Lungo i bordi” fondamentale.
Il primo approccio alla musica dello scrittore e performer Emidio Clementi è, per me, quello più interessante: i vari componenti della band erano, all’epoca, innanzitutto degli studenti ventenni fuori sede in cerca della loro identità, attivi politicamente nelle occupazioni del Pratello. Gente che non proprio sempre riusciva a metter insieme il pranzo con la cena ma aveva quel fuoco creativo che li ha comunque spinti a provare la più impervia delle vie, nonché la più labile delle soddisfazioni. Con pochissimi compromessi peraltro.
Per questo, quando nel 2010 uscì il disco della reunion dei Massimo Volume, pensai che forse vi era ancora carne da masticare su quel vecchio osso: sono gente seria, loro. Pensai. “Cattive Abitudini” si chiama ed è davvero un grande disco di reunion.
In questo disco suonano alle chitarre Egle Sommacal e Stefano Pilia, alla batteria Vittoria Burattini, al basso e alla voce Emidio Clementi.
I testi di questo disco sono microstorie cesellate, affilate e privatissime tra cui scorgere sentimenti e situazioni ben più estesi se non addirittura universali. La musica, le chitarre ed il sound insaporito di elettronica che accompagnano le parole di Mimì (versione familiare del più arcigno Emidio) sono quelle del post-rock che i Massimo Volume han saputo interpretare e in qualche maniera, preconizzare un pugno di mesi prima della consacrazione internazionale di gruppi invero mastodontici come Mogwai, Gastr Del Sol e Godspeed You! Black Emperor.
Arrivando, nello specifico, alle tracce del disco non posso né voglio gridare al capolavoro, ma questo disco contiene pregevolissimi brani come ”Le nostre ore contate” che parla dei dubbi, delle interminabili attese e delle necessarie indecisioni della vita d’artista. “Litio” con splendidi giri di basso e chitarra martellanti e quei versi finali taglienti come una spada da samurai:
Torno sempre a te
lo senti questo suono?
È il lamento del tempo
o una nota rubata nella casa del sogno?
Ma anche “Invito al massacro” dove il testo sembra parlare ad un tu forse generico, ma dove è facile intuire la crisi artistica e lo spaesamento esistenziale dello scrivente come di fronte ad uno specchio:
Ti pensavo in un’isola greca a dipingere marine assolate prive di figure umane
Invece sei ancora lì
Fuori da una cabina telefonica
In attesa che qualcuno declami un tuo verso a squarciagola
Mentre il mondo va in fiamme
Insomma, di nuovo: un disco quasi dimenticato di una band assolutamente sottovalutata. Poi, in tutta sincerità, ci sono anche degli elementi di vita personale che mi legano a questa band: circa il cinquanta percento della formazione nata a Bologna è di origine marchigiana come me: sapere che qualcuno dalla mia oscurissima provincia ce l’abbia in qualche modo “fatta” senza vendersi ai vari Festivalbar o alle platee televisive addormentabili ed addormentate, me li fan sentire ancora più vicini.
E questo disco ne è palese ed ulteriore conferma.
(tracce consigliate: “Coney Island“, “Le Nostre Ore Contate“, “Fausto“)



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