Every thumb counts, in large amounts…
Chi leggerà queste righe sarà, con grande probabilità come me, un collezionista ed un forte appassionato di musica: mi piace ascoltarla dal vivo, appassionarmi, condividerla con gli amici e magari anche danzarla (non sempre, eh!). Come molti, altresì mi piace collezionarla: non solo per quel senso del possesso (non solamente consumistico) che fu pre-alessandrino. Eppoi si sa, ai tempi della musica liquida avere l’oggetto fisico significa appoggiare finanziariamente in modo significativo i progetti musicali che ammiro.
L’industria discografica però mi conosce molto bene: sa sfruttare quel irrequieto e malaticcio fenomeno che risponde al nome di collezionismo. Gli fornisce sempre più spesso oggetti da desiderare in varie fogge ed innumerevoli colori (alla bisogna financo scintillanti). Quando va bene sono cose che hanno senso artistico e/o filologico legato alle volontà dei loro creatori. Ed ecco quindi i dischi rimasterizzati, remixati, ascoltabili come li si avrebbe potuti ascoltare all’epoca della loro uscita, con adesivi, foto, poster, libri, fumetti e appendici consumabili e/o possibilmente monouso. E che, sia mai che ti possa ritrovare ad un certo punto senza!
Per non parlare delle cosiddette “edizioni deluxe” che insieme all’amata registrazione pubblicano demo, brani live e chicche altrimenti introvabili. Va tutto (abbastanza) bene finché è il sempre troppo grande cuore di appassionato che spinge.
Tutto molto bello? Beh, fino ad un certo punto! Se tutto questo può essere considerato un aspetto positivo e significativo per il singolo acquirente, nei grandi numeri crea un’occasione speculativa per i famosi e famigerati “Signori dei dischi”. L’ennesima lucrativa vittima da suggere per gli executives dai canini affilatissimi sempre alla ricerca di prede facili.
Sia chiaro.
Ai quali, per altro sovente, io stesso cedo voluttuosamente il mio collo: avere una passione è ciò che porta anche a compiere piccole follie, gesti normalmente considerati eccessivi, ed è cosa buona se cosciente, anche quando si tratta di sfruttare il malfamatissimo fattore nostalgia.
Quindi oggi al vecchio concetto già un po’ febbricitante del “devo avere tutto”, all’epoca dello streaming, viene aggiunto il “devo ascoltare tutto e subito”! Così la macchina ti propone, per pochi euro tutta la musica appena uscita.
Ma come creare ancor più desiderio e (parolaccia non solo perché inglese) hype? La risposta è semplice: al disco appena uscito e che normalmente avrebbe una sua completezza, aggiungiamo outtakes, brani dal vivo ed ancora più brani demo della sessione di registrazione che non sono potuti “entrare” nel disco originale. Mandando alla malora la volontà iniziale di pubblicazione che l’artista aveva contrattato con la produzione. Di più: anche il concetto stesso di “entrare nell’album” è poi molto scricchiolante in epoca di edizioni doppie, triple, quadruple e cofanetti omnicomprensivi…
Al che viene spontanea una domanda: ma queste irrinunciabili deluxe extended e chissà quale altra denominazione di dischi appena usciti in servizi streaming e forme fisiche varie a cosa cazzo servono??! (mi scuso per il francese)
Improvvisamente mi son fatto un’idea forse un po’ peregrina se non balzana, ma provo ad esporla ugualmente: non è che servono esclusivamente a collezionare like usa e getta?
Un po’ atterrito questa è stata la risposta che mi sono dato: mi ascolto un disco, diciamo che mi piaccion sette tracce su dieci… Le riascolto, clicco i miei like o cuoricini, che col tempo posson aumentare e difficilmente diminuire. Ma se sei mesi dopo esce la versione “aumentata” (la chiameremo così per amor di brevità), ecco che i like vengono reiterati nella nuova versione liquida ed arricchita. Ecco che i suddetti 7 like diventan “magicamente” 14. Se non ancora di più che magari qualche remix è anche di pregio.
Sappiamo come gli artisti, ma soprattutto i loro produttori, al giorno d’oggi siano schiavi di questi piccoli, malefici ma potenti numeri. Quindi quale può essere la prima ed immediata conseguenza? Semplice: gonfiare il fenomeno mediatico. Poter dire con orgoglio io ho tanti (troppi) like! A scapito però dell’opera in sé. Gettando ancora più alle ortiche il valore intrinseco dell’opera artistica.
Servirebbe pudore, studio, cura ed attenzione ed invece ci riempono di offerte speciali.



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