Questi sono i miei migliori album del 2025. Non una classifica oggettiva, né un sondaggio democratico, ma solo la mia personale selezione. Questi sono gli album che ho comprato, ascoltato fino allo sfinimento e che riascolterei domani. Ho scelto dischi che ho voluto fisicamente tra le mani, album in cui anche un solo singolo ha giustificato l’acquisto.
Chiaramente è un gioco tra amici, bisogna sceglierne massimo 10. Il tutto per rendere la cosa anche divertente e anche per non rendercela facile. Ho dovuto rifletterci tanto, e non vi sto a dire quante volte ho cambiato opinione. Infatti, ho deciso sì i miei primi 10, ma in fondo trovate i dischi che, seppur non siano nella top 10, sono assolutamente da ascoltare, altrimenti siete destinati a un futuro triste.
Black Country New Road “Forever Howlong“
Dopo l’addio del frontman Isaac Wood, i Black Country, New Road hanno saputo reinventarsi del tutto con “Forever Howlong”. L’album abbandona gli schemi tradizionali per abbracciare strutture, a mio parere, spesso imprevedibili. A molti il nuovo suono, più morbido, non è piaciuto affatto; per me è stato motivo d’ascolto. Quando una band riesce a reinventarsi in questo modo, c’è solo da apprezzare: sicuramente meno frenetici, ma maledettamente e ugualmente grandiosi.
Maruja “Pain to Power”
Dopo diversi EP il quartetto di Manchester arriva finalmente con l’album di debutto. Otto canzoni brutali, talvolta danno l’impressione di essere addirittura grezze, che si muovono tra puro post-punk, jazz funambolico, spoken word e art rock, e rivelano un’intelligenza collettiva rara da sentire ma anche da vedere nei loro concerti.
Il sassofono di Joe Carroll diventa un’arma segreta che muove la band in territori unici tra jazz assordante e noise rock, creando un contrasto straniante ma fottutamente efficace. L’album è colmo di dinamismo: “Look Down On Us” è un singolo di 10 minuti che riflette perfettamente l’ombra di questi maledetti tempi ed è destinato a diventare una canzone generazionale. Suona incazzata, anzi, è incazzata. Si contorce tra esplosioni sonore e momenti di isolamento. Il frontman Harry Wilkinson passa dal parlare al cantare con una voce tremante che sembra sul punto di spezzarsi.
“Pain To Power” è rabbia nello stomaco e jazz nelle gambe. Sicuramente uno dei dischi più importanti dell’anno.
Lambrini Girls “Who Let the Dogs Out”
Non si vedono spesso donne sul palco ad affrontare certi testi, politici e personali, che riguardano un po’ tutto ciò che avviene nella nostra società, partendo dal machismo e arrivando al modo in cui la comunità LGBTQ+ è ancora oggi denigrata.
Il duo di Brighton Phoebe Lunny e Lilly Macieira sforna un debutto che è pura energia. Undici brani tra riot grrrl garagey e hardcore, prodotti da Daniel Fox dei Gilla Band.
Le Lambrini Girls sono esplicitamente politiche, esplicitamente queer ed esplicitamente incazzate. Denunciano mascolinità tossica, molestie sul lavoro (“Company Culture”), nepotismo (“Filthy Rich Nepo Baby”), e ogni altra merda del nostro mondo moderno.
Baxter Dury “Allbarone”
Il motivo per cui amo questo artista e questo album, si concentra tutto nel testo di “Return Of The Sharp Heads”:
‘You’re just a bunch of soul-fuckers / Who rate yourselves / You’re just a bunch of soul-fuckers / In beige lapels / I’ll sit back and admire / how much you hate yourself’
“Siete solo un branco di stronzi senza anima / Che si valutano da soli / Siete solo un branco di stronzi senza anima / Con i risvolti beige / Mi siederò e ammirerò / Quanto odiate voi stessi”
Dury osserva i suoi simili, spesso patetici, e suggerisce che forse riconosce se stesso in loro.
on Paul Epworth alla produzione, Dury ha fatto una svolta decisiva verso il pop elettronico ballabile. Via l’opulenza lounge, dentro disco nostalgica, nu wave e groove.
“Allbarone” è sarcastico, cinematografico, contagiosamente ballabile. Un capolavoro di elegante cinismo.
Geese “Getting Killed”
Sinceramente “Getting Killed” per me è stata una vera e propria sorpresa.
Il loro quarto album è uno scontro febbrile di sermoni, con esplosioni di rabbia e condito di umorismo surreale. Prodotto da Kenny Beats, il disco eleva il caos a principio stilistico, intrecciando rock, country funk, jazz, noise e anarchia.
“Getting Killed” è una dichiarazione di rifiuto: scenari apocalittici, guerra e decadimento morale non sono sfondo, ma uno stato permanente.
Uno degli album indie rock necessari, da ascoltare e da avere.
Heartworms “Glutton for Punishment”
Jojo Orme, alias Heartworms, presenta un debutto col botto, affrontando i propri demoni senza rimanere ancorata al suo passato traumatico.
“Glutton For Punishment” è post-punk gotico che elabora i traumi infantili in maniera cupa. Jojo è cresciuta in famiglie affidatarie, con un’educazione segnata da tanta, troppa durezza, e questo passato si traduce in una musica fitta di energia scura e densa.
Otto canzoni in 37 minuti tra electronica, industrial rock e darkwave. Jojo definisce il suo stile “Gothic Military Fairy”.
Il tutto è prodotto da Dan Carey, che rimane una garanzia (Fontaines DC, Wet Leg).
Clipse “Let God Sort Em Out”
Sedici anni. Tanto ci è voluto per riavere un album dei Clipse. Pusha T e Malice tornano con “Let God Sort Em Out”, prodotto da Pharrell Williams (i Neptunes sono ormai storia), e dimostrano che la classe non invecchia mai.
L’album si apre con “The Birds Don’t Sing”, dedicata ai loro genitori defunti, per poi esplodere con “Chains & Whips” (Kendrick Lamar) e “POV” (Tyler, The Creator). “So Be It”, con il suo campione arabo, è probabilmente il brano più malvagio dell’anno.
I testi parlano di droga, di lusso e di strada, il tutto è però diventato più maturo; Malice aggiunge spiritualità, mentre è Pusha T a tenere un ruolo cinico.
Tredici brani in 40 minuti di puro rap senza fronzoli.
Rhys Langston “Pale Black Negative”
Rhys Langston si definisce un “abolizionista dei generi musicali” e, con “Pale Black Negative”, il suo ventesimo progetto, demolisce ogni confine. Jazz, R&B, art rock, pop, sperimentale, hip-hop underground: tutto si fonde.
L’album nasce da un incidente: quando il suo MacBook del 2012 è diventato inutilizzabile, Rhys ha preso in mano strumenti veri – basso elettrico, chitarra, banjo, clarinetto, sintetizzatore – e ha costruito groove dal vivo invece di produrre in digitale. Il risultato si traduce in musica che respira.
La scrittura di Langston vive appoggiata ad un vocabolario enciclopedico. Canta, rappa, recita spoken word, ulula con un falsetto imperfetto.
Il tutto scritto, composto, eseguito, prodotto e mixato interamente da Langston.
A mio parere, è un capolavoro autoprodotto che si rifiuta di appartenere a generi e schemi preconfezionati.
Disco assurdo, sarcastico, ironico e geniale.
Lucrecia Dalt “A Danger to Ourselves”
L’artista colombiana residente a Berlino crea pop sperimentale che annulla le differenze tra suoni organici e sintetici. Non si riesce a distinguere dove finisce uno e dove inizia l’altro. Se dovessi riassumere il disco in poche parole, direi che è profondamente sensuale e cinematografico.
L’album esplora la complessità delle relazioni interpersonali attraverso rullanti, marimbe e sintetizzatori.
Lucrecia Dalt non ha bisogno di alzare la voce per attirare l’attenzione. La sua voce si snoda dipingendo su tela i colori del desiderio umano e degli abissi emotivi.
La sua voce incarna personaggi diversi: a volte inquietante, altre tenera ed estremamente vulnerabile. Ogni canzone è un dramma in miniatura, quasi un’epopea greca.
Sharon Van Etten “Sharon Van Etten & The Attachment Theory”
Per la prima volta in sedici anni, Sharon Van Etten scrive e registra un album interamente con la sua band. Un cambiamento radicale.
Il disco è nato da jam session nel deserto della California. Sintetizzatori che ipnotizzano, post-punk e dream pop si fondono in un suono che attinge agli anni ’80 britannici ma rimane fresco e contemporaneo.
“Live Forever” apre con la domanda esistenziale “Chi vuole vivere per sempre? Non importa”, ripetuta come mantra. I testi abbandonano le narrazioni tradizionali per slogan associativi e ossessivi.
Cupo ma mai soffocante. Un album da ascoltare di notte, mentre tutto il mondo è in fiamme.
Menzioni Speciali
Il 2025 è stato un anno ricco e questi altri venti dischi meritano assolutamente di essere ascoltati, acquistati, ma soprattutto diffusi. Ascoltateli, ma fateli soprattutto ascoltare.
- Aesop Rock – Black Hole Superette
- Anna von Hausswolff – ICONOCLASTS
- Barry Can’t Swim – Loner
- BC Camplight – A Sober Conversation
- billy woods – GOLLIWOG
- Bon Iver – SABLE, fABLE
- Car Seat Headrest – The Scholars
- Circuit des Yeux – Halo On The Inside
- De La Soul – Cabin In The Sky
- Ethel Cain – Willoughby Tucker, I’ll Always Love You
- Jerskin Fendrix – Once Upon a Time… In Shropshire
- John Glacier – Like A Ribbon
- Little Simz – Lotus
- McKinley Dixon – Magic, Alive!
- Mei Semones – Animaru
- Model/Actriz – Pirouette
- Nourished by Time – The Passionate Ones
- SPRINTS – All That Is Over
- Squid – Cowards
- Viagra Boys – viagr aboys
- Wednesday – Bleeds






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