Non li ho ascoltati tutti né voglio arrogarmi alcun merito che neanche desidero. Ma ecco i miei 10 dischi di quest’anno, i più belli per me. Forse non ci troverete quelli che vi aspettate, ma magari un suggerimento, una sorpresa. La condivisione di esperienze altre dalla propria sono importanti… e rilasciano dopamina.
Darkside “Nothing“
Comincia lento il disco, ma l’introduzione nella band di un batterista giova terribilmente al “progetto rock” di Nicolás Jaar. Aggiunge funk, sangue e carne ad una band a cui di certo non manca talento, ma che forse tende ad avere un attitudine troppo pinfloidesca e rarefatta. Nothing è un disco no skip: il migliore dei Darkside e forse il migliore del mio anno.
Headache “Thank You For Almost Everything“
Ritorna Vegyn con il suo progetto electro disco – spoken word: il primo disco mi aveva lasciato a bocca aperta, il nuovo aggiunge stupore a quello iniziale. Capitalismo, crisi esistenziali e risposte a domande che non dovrebbero mai esser poste, il tutto in una semplice ma elegante cornice IDM. Se vi mancano certe introspezioni Radioheaddiane e il trip-hop della millenium tension forse Headache potrebbe essere un possibile equivalente per certe splendide nostalgie.
Heartworms “Glutton for Punishment“
Essendo giovanissima, Josephine Orme non può provare nostalgia per epoche da lei non vissute. Ma noi di una certa età sappiamo riconoscere una Susan Janet Ballion quando il mondo ce ne presenta una. Un grandissimo talento quello di Heartworms che con poco più di un pugno di canzoni riesce a ricreare sonorità dark punk e farle suonare pop e scintillanti come se fossero quelle di una nuova onda.
Lucrecia Dalt “A Danger to Ourselves“
Questo disco è uno di quelli su cui sono letteralmente inciampato: vengo colpito dalla colonna sonora di una serie inglese, indago e scopro questo talento assoluto. Cantautrice, usa una sorprendente palette di suoni taglienti ed enormi varietà sonore per colorare i suoi testi. Canta in inglese e spagnolo ed evita tutti i facili stilemi che posson venire in mente pensando ad una musicista colombiana: orchestrazioni inusuali, blues storti e astrazioni di influenza cosmica sono invece la sua cifra.
Maruja “Pain to Power“
Altro disco, seppur esordio, attesissimo. I Maruja confermano ed anzi alzano il tiro dopo una serie di splendidi EP. Anche sulla lunga distanza i mancuniani sembrano avere ancora molta benzina per mantenere il fuoco emotivo delle loro incendiarie canzoni. Testi impegnati alla ricerca di connessioni politiche, sociali e sentimentali che questi tempi sempre più sembrano volerci far dimenticare.

MOb “II“
Marios Valinakis al sassofono e macchinari elettronici, Alexandros Delis al basso e chitarre insieme a Panagiotis Kostopoulos alla batteria formano questo trio ateniese di jazz punk che arriva al secondo disco confermando ciò che di buono si presagiva nell’esordio. Autoprodotto dalla band e mixato da Bruno Ellingham (Massive Attack, UNKLE, New Order) e Malcolm Catto (Heliocentrics, DJ Shadow, Madlib), il trio ci coinvolge in improvvisazioni jazz e performance hip-hop che richiamano oscure e malate atmosfere metropolitane.
Racing Mount Pleasant “Racing Mount Pleasant“
Un disco di (non) esordio per gli ex Kingfisher dal Michigan. La band fa una sorta di musica originalissima e tutta sua se non fossero mai esistiti i “Black Country, New Road” o gli “Arcade Fire”. L’emo/folk orchestrale della band americana però (una volta superato l’ostacolo) ha davvero un’attenzione maniacale alle melodie e, soprattutto, scrivono davvero belle canzoni.
SANAM “Sametou Sawtan“
I libanesi Sanam sono un po’ la rivelazione più grande della seconda parte del mio 2025 musicale. Il disco, il cui titolo tradotto è “Ho sentito una voce”: ti cattura immediatamente con una forza quasi fosse pop attraverso la voce ipnotica di Sandy Chamoun e strumentazione tradizionale come il buzuq, chitarre distorte e ritmi frenetici. Nel conoscerli, mi son fidato del fatto che fossero prodotti dalla Constellation Records, peraltro portano avanti un live estremamente trascinante.
Wet Leg “Moisturizer“
Qualcuno ha detto pop? Ecco, PER ME l’album più pop del 2025 è il secondo della band inglese. C’è ne è talmente tanto di ottimo pop che ne avanza anche nei brani non pubblicati come singoli. Si temeva fossero un fuoco di paglia, invece i Wet Leg sembrano davvero esser qui per rimanere con la loro ironia piccante e melodie che, senza chiederti il permesso, ti trapanano la testa. Gnè gne gne gneee…
Yasmine Hamdan “I remember I forget بنسى وبتذكر“
Ancora Libano, la cantautrice di Beirut ma che ha vissuto per molto tempo in Francia torna con un album politico e che fonde sia temi personali che sociali, partendo proprio dalla situazione libanese. Non spaventatevi: è comunque è un album elettronico di brani che fondono il pop con la tradizione araba prodotto da Marc Collin saprà accogliervi, trascinarvi altrove e affascinarvi…. Un po’ come nella scena di “Solo gli amanti sopravvivono”.




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