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Ah, le top ten. Io adoro le top ten!

Ah, le top ten. Io adoro le top ten!

30 dicembre 2025
Endriu

No, aspetta, io odio le top ten! Dunque, se c’è una cosa che mi piace è dare opinioni, quindi questo va a favore del fatto di fare una tua personale top ten. Però è anche vero che stamattina ho perso 10 minuti per decidere se mettere una maglietta di Star Wars o di Breaking Bad, quindi capite bene che scegliere i miei 10 dischi migliori del 2025 non è semplice, non per uno come me, almeno. E’ una cosa fottutamente seria!

Perché, contrariamente a quanto si dice in giro, non è vero per un cazzo che non si produce più buona musica, la buona musica c’è, a tonnellate. Più di quanta non riuscirete ad ascoltare in due vite. Quindi, nel pieno spirito de La XXV Ora, questa lista vuole essere solo una dritta per farvi sapere cosa, secondo me, è valso la pena ascoltare e soprattutto riascoltare quest’anno. Nessuna velleità da critico o divulgatore, in linea con lo spirito della XXV, penso semplicemente che condividere sia molto più figo che non tenersi le cose per sé. Fine del pippone, ecco i miei 10 dischi del 2025, ordinati semplicemente per data di pubblicazione, così evitiamo un altro bagno di sangue per decidere l’ordine di preferenza.

PS: alla fine ho scelto la maglietta di Los Pollos Hermanos.


Black Foxxes “The Haar“

È valsa la pena attendere gli inglesi Black Foxxes per 5 lunghi anni. Questo disco mette perfettamente in musica il suo stesso titolo, “The Haar”, che da definizione è la nebbia fredda e umida di origine marina che si forma sulle coste orientali di Scozia e Inghilterra. Così come il fenomeno descritto, la musica di queste 10 tracce è impregnata di mistero e inquietudine, ma anche incredibilmente evocativa e affascinante. Le composizioni abbracciano uno spettro sonoro dai forti contrasti, a tratti intime e fragili, ma capaci di essere allo stesso tempo ruvide e aggressive. Post-rock, alternative e tanto “emo”, nel senso più nobile della parola, per un disco assolutamente splendido, capace di emozionare dalle prime note di piano di “I Can’t Left Be Alone With It” fino agli archi meravigliosi di “In The Image Of Perfection”, che continuano a girare nella tua testa anche ad ascolto concluso, come un eco senza fine, per non farti dimenticare la bellezza che hai appena ascoltato.

Clipping. “Dead Channel Sky”

Flow a velocità vertiginosa, hip-hop, beat assassini, elettronica, noise, techno, suoni strappati da vecchi videogame a 8 bit, citazioni cyberpunk, groove, hardcore. Questa é solo una parte di quello che troverete in questo album dei clipping. Elementi provenienti da mondi diversi, tagliati, incollati, frullati a velocità ipersonica e riversati sull’ascoltatore. Un disco di hip hop elettronico, trasversale, capace di introdurre questo genere a chi normalmente non lo mastica. Oltre a essere bellissimo è, proprio per quest’ultimo motivo, decisamente troppo importante per non rientrare in questa mia personale lista.

SENTRIES “Gem Of The West“

Kim Elliot mette in fila un piccolo ABC di cosa vuol dire, almeno per me, pubblicare un disco di alternative rock nel 2025. 8 canzoni che tracciano un reticolato che va ad unire indie, crank wave, (post?) punk e noise. Tutti gli elementi sono perfettamente bilanciati, dagli echi Radioheadiani di “Code” e “Red Eye Movement” dal perfetto equilibrio tra suono minimale e sfuriate noise di “The Cowboy’s Carcass”, alle sfumature industriali di “Charmed House”. E poi c’è “Nails”, 8 minuti incredibili di riff di chitarra e arcobaleni elettrici che vorresti davvero non finissero mai, tanto è bello quel suono così pieno, sporco e polveroso. Un pezzo che ti fa venire voglia di prendere una chitarra, alzare il volume e iniziare a picchiare sulle corde, zenith incontrastato di un disco che è, come da titolo, una vera e propria gemma.

Blankenberge “Decisions“

Dream pop, shoegaze, post rock, portati ai massimi, punto. Non ci sarebbe nient’altro di davvero utile da scrivere sul quarto lavoro della band di San Pietroburgo. I detrattori o i perenni ricercatori dell’originalità vi faranno notare che no, non c’è niente che non sia già stato sentito e quando succederà, perchè succederà, voi dovrete solo rispondere STICAZZI. Perchè il livello espressivo di queste 8 canzoni è talmente elevato che ogni altra argomentazione è superflua.Poco più di 40 minuti di equilibrio tra realtà e sogno, tonnellate di riverberi e synth, basso e batteria che costruiscono impalcature sonore vive e pulsanti e la voce eterea di Yana, capace di districarsi tra ondate di elettricità, disegnando melodie a tratti gentili, a tratti epiche e a tratti giocose, come nella meravigliosa “Together“. La grandezza di queste 8 canzoni è tale che a tratti ho avuto la sensazione che queste melodie, queste sequenze di note, questi suoni, venissero da un tempo diverso. Come se stessero fluttuando in libertà da anni nell’aria, inafferrabili, aspettando solo di essere catturate e di essere incise per fare in modo che tutti potessimo finalmente ascoltarle.

Rún “Rún“

Un disco che dipinge l’oscurità come pochi altri. Una lenta, impercettibile quanto inesorabile discesa nelle profondità degli abissi. La musica degli irlandesi è un intruglio di folk, drone, ambient, metal, ritmiche tribali ed elementi elettronici distorti, una colata di pece rovente che ti si avvinghia addosso, guidandoti attraverso un antico rituale pagano dentro una notte senza fine. Passare attraverso gli 8 minuti di “Terror Moon” rendono la caduta probabilmente irreversibile, nonostante i Rún ti offrano un appiglio per risalire, un fascio di luce che squarcia il buio, rappresentato dalla splendida “Caoinedeah”, quasi 14 minuti di espiazione e redenzione sonora, che chiudono un disco tanto complesso quanto affascinante..

Shallowater “God’s Gonna Give You A Million Dollars“

Nel secondo full length del trio texano, le coordinate del loro suono non si discostano molto dal disco di esordio, ma in queste 6 tracce si respira una maggiore ampiezza, un maggiore respiro nelle composizioni. Tutto suona profondamente e autenticamente americano. Lo stile minimalista delle composizioni, l’alt-country che incontra lo slowcore, le melodie timide, solo accennate e quel cantato disilluso, stanco, svogliato (slacker, direbbero quelli fighi), con lo zio Neil come nome tutelare a supervisionare il tutto. E mentre le trame di voce e chitarra si incastrano con pigra dolcezza, ecco improvvisamente arrivare una progressione ritmica o un bordata di distorsione uscita direttamente dai Nineties a risvegliarti dal torpore, sparigliare il tutto e rendere questo disco più sorprendente di quanto potesse sembrare. Un ispirato elogio alla lentezza e alla sua inevitabile, quanto inaspettata, imprevedibilità.

Geese “Getting Killed“

45 minuti di caos perfettamente controllato. I Geese scelgono la via della completa libertà artistica ed espressiva per dare vita a un disco meravigliosamente frammentato e inclassificabile. Alla terza release in 4 anni cambiano pelle ancora una volta, rimanendo fottutamente fedeli a loro stessi, infilando un trittico di dischi pauroso, che li colloca tra i grandi artisti di questo decennio. Dalle esplosioni jazz-noise di “Trinidad”, ai groove in odore di “Exile On Main Street” di “100 Horses” o “Husbands“, passando per le melodie sognanti di “Au Pays Du Cocaine” e “Cobra”, il combo Newyorkese droppa il disco perfetto per sopravvivere a questi tempi confusi e frenetici.

Maruja “Pain to Power“

Feroce, spietato, emozionante e terribilmente autentico. I mancuniani si confermano sulla lunga distanza dopo i 3 ep degli anni passati, senza aggiungere o togliere nulla al loro sound fatto di flow rabbiosi, muri di elettricità e ritmiche serrate. Rap, post-punk, jazz, rock, hardcore, con il sassofono mostruoso di Joe Carrol a tenere unito questo vortice di primordiale intensità. È questa una delle chiavi di volta del sound dei Maruja, le trame di sassofono sono l’elemento imprevedibile, hanno la capacità di incastrarsi alla perfezione al mood del pezzo donandogli una profondità pazzesca. Intenso è la parola perfetta per definire questo disco, capace di assalirti frontalmente con pezzi come “Bloodsports” “Look Down On Us”, “Break The Tension” per poi lasciarti prendere fiato con le aperture magnifiche di “Saoirse” o “Born To Die”. C’è un senso di sincera urgenza comunicativa che pervade tutti i 40 minuti del disco, chiuso magnificamente dalla splendida “Reconcile”, posta sapientemente in chiusura come a volerci ricordare che, nonostante tutto, una flebile luce in fondo al tunnel c’è. Ma prima di arrivarci c’è tanta strada da macinare e rabbia da buttare fuori.

Anna Von Hausswolff “Iconoclasts“

Un monumentale rito sonoro celebrato dalla sciamana svedese che, con la sua voce ultraterrena, richiama a sé elementi di folk, ambient, world music, jazz e pop trasversale per darli in pasto al fuoco, purificarli, ridurli in cenere e infine farli fluttuare, liberi da ogni schema. Un viaggio sonoro senza confini dove convivono ritmiche tribali, synth glaciali e orchestrazioni cinematografiche. Un tessuto sonoro squarciato dalle melodie impossibili, ipnotiche e glaciali di Anna Von Hausswolff e dalle trame sulfuree del sassofono Otis Sandsjö, vero game changer di molti pezzi dell’album. C’è un senso di libertà selvaggia e primordiale che si respira lungo tutto il disco, dove la voce dell’artista svedese si libra ad altezze siderali guidandoti nella riscoperta delle tue emozioni nella loro forma più brutalmente antica. Anna Von Hausswolff veste allo stesso tempo i panni della fata e della strega, lungo tutti i 72 minuti di rinascita, catarsi, distruzione e ricostruzione. Un opera che richiede un abbandono pressoché totale, ma che ripaga con un’esperienza incredibile, che definire “ascolto” è quasi riduttivo.

Sorry “Cosplay“

Se siete tra quelli che ordinano i dischi sullo scaffale suddividendoli per genere, questo album vi farà andare fuori di testa. La band inglese sfodera un meltin’ pot sonoro difficilmente classificabile, per via delle numerose influenze sonore fatte coesistere all’interno del disco. Un colorato affresco urbano venato di una quasi impercettibile malinconia, un mosaico di indie, pop orchestrale, elettronica, darkwave e adorabili melodie storte. Ogni pezzo è una piccola opera a sé, piena di momenti che ti si conficcano sotto pelle come microscopiche schegge senza che tu te ne accorga, che sia un frammento di melodia, un suono di synth, un riff, un coro, una progressione o un giro di archi. Estremamente sfaccettato e pieno zeppo di canzoni splendide (come il double da urlo “Life In This Body” / “Waxwing” ), che nonostante la loro diversità, vanno a costituire un unico corpo sonoro capace di rivelare nuovi, piccoli, preziosi dettagli ascolto dopo ascolto. Tante, tantissime le sfumature e le versioni dei Sorry che escono dai solchi di questo album. Per quel che mi riguarda, parafrasando il testo della già citata, “Life In This Body” io ho amato ognuna di esse.

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2025, Anna von Hausswolff, Black Foxxes, Blankenberge, clipping., Geese, Heartworms, Maruja, Rún, Run, SENTRIES, Shallowater, Sorry

2 risposte a “Ah, le top ten. Io adoro le top ten!”

  1. Avatar Eterea
    Eterea
    dicembre 30, 2025 at 9:54 PM

    Happy 2026 🥂

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    Rispondi
    1. Avatar the unkle
      the unkle
      dicembre 31, 2025 at 12:23 am

      Sereno 2026 anche te!

      "Mi piace""Mi piace"

      Rispondi

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