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Le mie 10 montagne russe emotive

Le mie 10 montagne russe emotive

3 gennaio 2026
giacomognani08

l 2025 ha regalato dischi memorabili, capaci di catturare l’ansia generazionale, il lutto personale e la ribellione contro una società opprimente. Da “Getting Killed” dei Geese, montagna russa emotiva che fotografa una generazione tra voglia di esprimersi e paura del fallimento, a “Glory” di Perfume Genius, viaggio introspettivo verso l’accettazione di sé. La classifica esplora generi ibridi – indie, post-punk, elettronica, hip-hop cibernetico – con album come “Pain to Power” dei Maruja, grido elegante di battaglia, e “Pirouette” dei Model/Actriz, puzzle fresco di indie rock e techno. Questi 10 lavori meritano a mio avviso, ascolti attenti per la loro profondità tematica e sonora.


Geese – “Getting Killed“

Getting Killed è il terzo disco della band newyorkese, quello con cui arrivano al grande pubblico e che più di tutti gli regala popolarità, e chiaramente non è un caso. Il disco è una pura espressione di talento, creatività e idee strampalate, Cameron, il cantante, fa quello che vuole con la sua voce, e permette alla band di far vedere tutta la loro versatilità, dal grido che è l’apertura, “Trinidad”, e che richiama l’attenzione dell’ascoltatore, passando per canzoni ricche di groove come l’omonima “Getting Killed”, “100 Horses” o “Bow Down”, ma anche per lamenti, dalle melodie allegre come “Au Pays du Cocaine”, “Half Real” e “Taxes”, Insomma il disco è una continua montagna russa di emozioni, ed è per questo che è importante. I Geese, hanno scritto un album che rispecchia perfettamente questa generazione, e che ogni giovane dovrebbe ascoltare. Un continuo limbo tra la voglia di fare, di esprimersi e la paura del giudizio e del fallimento. Il gruppo, con questo progetto, riesce a fotografare lo stato di migliaia di ragazzi, che, divorati dall’ansia, cercano di nasconderla sotto un tappeto di allegria.

Perfume Genius “Glory“

Bene, ora non stiamo solo parlando di uno dei dischi migliori dell’ultimo anno, ma anche di quello con la copertina, a mio parere, più azzeccata. Ascoltare “Glory” è come entrare in un’altra dimensione. Affrontare un profondo viaggio introspettivo, lasciandosi andare, per poi ritrovarsi stesi come l’uomo in copertina. Il disco affronta temi come l’accettazione di sé, la ricerca della pace nel caos, la mortalità, l’amore idealizzato e la ricerca di piccole glorie nel presente, durante le proprie lotte, attraverso il racconto di una relazione complicata. Perciò il disco è estremamente personale e ispirato. L’album è indie alternativo, la prima traccia, ”It’s a Mirror”, è il biglietto da visita perfetto per tutto il disco. Con un’atmosfera che richiama leggermente il country ci fa sentire da subito come se stessimo vagando per un campo soli, con i nostri pensieri. Le successive canzoni mantengono un mood comune, sono tracce soavi, intime e sincere, come “No Front Teeth” assieme all’amica Aldous Harling, “Clean Heart” e “Left For Tomorrow”. Il cantautore statunitense decide, però, di chiudere il disco in maniera differente. A partire dalla inquietante, ma epica “In a Row”, canzone che rappresenta al meglio la maturità stilistica che trasmette questo disco, uno stile ben definito, ma per nulla ostile a contaminazioni. Proseguendo con la cupa “Hanging Out” e l’omonima “Glory”. Il disco finisce, e tornare alla normalità è leggermente destabilizzante, come svegliarsi dopo un sogno complicato.

Blood Orange – “Essex Honey“

Ci sono album che hanno bisogno di essere ascoltati nei momenti giusti, non in tutte le situazioni. “Essex Honey” è uno di quelli. Per essere apprezzato deve essere ascoltato da soli, possibilmente in viaggio su un mezzo pubblico e con un posto vicino al finestrino, in una triste giornata grigia. Perché questo album meraviglioso ha bisogno di entrare nell’ascoltatore, affinché possa essere assimilato. Devonté, vero nome di Blood Orange, scrive il disco dopo la scomparsa della madre, e nell’elaborato parla dell’assimilazione del lutto, cercando rifugio nei luoghi della propria infanzia, per questo lo chiama con il nome del quartiere dove è cresciuto, Essex. Nelle canzoni parla di situazioni quotidiane e felici, che però lo portano a riflettere su come il tempo passi, dando al disco questa forte nota malinconica. L’artista ci fa sentire come se fossimo smarriti, come lui stesso, che ha perso il suo punto di riferimento. Oltre al significato profondo, però, Devonté ci fornisce un album R&B, con punte di dance malinconica, elettronica velata e strumentali più semplici, ma destabilizzanti nella prima metà del disco e altre più articolate e complesse nella seconda. Synth e piano sono i protagonisti indiscussi dell’album, sostenuti da un importante lavoro vocale, che fa suonare il disco come un eco, un richiamo lontano e che non sappiamo da dove provenga. I featuring innalzano il disco permettendo al cantautore londinese di creare con artisti diversi. Sperimentare con le vocalità come in “The Field”, “Mind Loaded”, “Countryside” e “Westberg”. “Essex Honey” è un disco a cui bisogna arrivare preparati, ma che prima o poi, è necessario.

Clipping. “Dead Channel Sky“

20 brani. 9 artisti. 53 minuti di puro hip-hop. “Dead Channel Sky“ è un album con cui i clipping., attraverso produzioni spaventose, uniscono l’hip-hop ad atmosfere cibernetiche ed elettroniche. Un disco impattante, diretto, senza mezzi termini che non manca a mostrare le abilità e il talento del gruppo. La qualità nelle produzioni, la tecnica nella scrittura, il flow perfetto e i geniali dettagli noise che cambiano i pezzi quel tanto che basta per dargli un taglio ancora più forte e nuovo. “Dodger”, la traccia numero 8, contiene tutti gli elementi in precedenza citati, ed è per questo, che è la canzone migliore del disco. Tutti i pezzi mantengono un’identità unica e sono scariche di energia continue, come fulmini che colpiscono uno schermo e lo mandano in cortocircuito, ovviamente, chi ascolta è lo schermo. Così anche gli intermezzi interamente strumentali, intrinsechi di suoni sperimentali, che costringono l’ascoltatore a riprodurre la traccia da capo per capire cosa ha appena ascoltato, o almeno così ho fatto io. Il gruppo, nei testi, parla del rapporto tra l’uomo e la macchina, e questa fusione che sembra sempre più inevitabile, a questo proposito parole e musica si fondono perfettamente creando un’opera ancor più completa. Il disco mi ha riportato alle vibes di “Spider-Man: Across the Spider-Verse”, secondo capitolo della saga con protagonista Miles Morales, e siccome il terzo film è in uscita ci aspettiamo i clipping. nella colonna sonora.

Maruja “Pain To Power“

Spiegare questo disco è tanto semplice quanto complesso. I Maruja ci regalano un album che è un grido. Un grido di battaglia e di ribellione da una società opprimente e sbagliata. È un bisogno di ripartire da capo, quasi fisiologico e spontaneo. Come un animale da tempo chiuso in gabbia, che a un certo punto esplode e decide di romperla. Non parliamo, però; solo di una rabbia scomposta e “casinista”, ma, si tratta di una rabbia elegante. Contrasto che troviamo tra le ritmiche decise e dinamiche degli strumenti e della voce, che sfiora il parlato e il suono del sassofono che ha invece un tono profondo e raffinato. Però i ragazzi di Manchester non si fermano qui. I pezzi hanno una forte componente riflessiva, come “Look Down On Us” e “Saoirse”, a mio parere le canzoni più riuscite, per il semplice fatto che contengono al loro interno l’alternanza tra momenti di caos e di introspezione. È un disco che ispira chi ascolta a ribellarsi e farsi valere, a non distinguersi tra una massa di uguali, ma di avere una propria forte identità e a capire in cosa essa consista.

Bdrmm “Microtonic“

Con Microtonic, i bdrmm, creano un album di elettronica, indie rock a tratti shoegaze. Il terzo disco della band, nonostante i pezzi differiscono tra loro per influenze e sfumature, mantengono un anima eterea, pura, come se il disco fosse stato scritto sulle nuvole. Leggerezza e dinamismo sono le parole chiave. I brani si distinguono tra quelli con una prepotente componente dance, come: “John on the Ceiling”, “Snares” e “Lake, Disappointment”. Tracce come “Infinity Peaking” e il suo ritornello ridondante, la stessa “Microtonic”, “Clarkycat” sono più atmosfere che canzoni, e forniscono all’album una dimensione leggera e distante dalla terra. Grazie a delle strumentali pazzesche, articolate, ma capaci di trasmettere sentimenti molto semplici, come pace e serenità. I featuring, nonostante siano solo due, sono ricercati e ben pensati. “goit”, pezzo d’apertura, è un’esplosione dell’elettronica dei Working Men’s Club. Mentre invece “In the Electric Field”, con Olivesque, è la fusione tra shoegaze, elettronica e art pop, crea un connubio perfetto, e la giovane cantante si trova perfettamente a suo agio, rendendolo il miglior brano dell’album. Concludendo, tutti dovrebbero passare in questa “discoteca” oltre le nuvole, anche per ritrovare una serenità ballabile.

Squid – “Cowards“

Dopo il successo dello stupendo album “O Monolith” il gruppo inglese torna, con un altro disco strepitoso. “Cowards” è un album in cui si fondono post-punk, indie-rock, rock sperimentale e una leggera vena brit pop in alcuni brani, inevitabile, data la loro provenienza. Il disco sembra quasi una jam session, dove il talento e un comune spirito d’improvvisazione jazz si uniscono. Le canzoni sono come attori di spettacoli teatrali, cambiano maschera diverse volte durante il loro percorso “Crispy Skin” che sembra una giocosa “canzoncina” per un videogioco, diventa poi un cupo brano post-punk. “Blood on the Boulders”, inizia come un brano alternative country, per poi esplodere in un ritornello britpop. Tutta questa “confusione” musicale, non è però casuale. Gli Squid parlano della trasformazione che sta colpendo l’umanità di come sia sempre più normale essere cattivi, come se la malvagità diventi un porto sicuro e una meta, per chi si sente di non avere uno scopo, come sia facile entrarvi e difficile uscirne. Il disco non si limita a identificare il “male” in grandi azioni, ma anche come si ritrovi in situazioni quotidiane, come risiede nell’apatia, nell’indifferenza collettiva che porta ad un egoismo individuale che fa sprofondare la nostra società. Gli Squid si mostrano perfettamente in grado di esprimere in musica tutto ciò che vogliono far passare con i testi, scrivendo un album generazionale e importantissimo.

Heartworms – “Glutton For Punishment“

L’album d’esordio della 27enne Jojo Orme è una pura botta di post-punk. Uno dei dischi a cui sono più legato, che più ho ascoltato e che ho avuto il piacere di ascoltare dal vivo. Il disco è un’espressione di arte oscura e cupa, ma che non è mai inquietante. La sua voce raffinata, soave e poetica fornisce uno splendido contrasto con le strumentali, che sono volte a creare, appunto, atmosfere grigie. Il significato dell’album è estremamente contorto, parla di una persona a cui piace essere sempre al limite, viaggiare sempre sul filo del rasoio e che è alla continua ricerca di situazioni spiacevoli. Per questo l’album suona autentico, si percepisce già dal primo ascolto che Jojo ha un necessario bisogno di scrivere ed esprimersi attraverso questo disco, è un disco vero, sincero e trasmette all’ascoltatore tutto ciò che deve, senza mezzi termini. L’album riflette questo messaggio anche nella struttura, la partenza è energica, quasi adolescenziale, “How To Ask A Dance”, “Jacked”, “Mad Catch”, sono pezzi catchy, estasianti. La seconda metà è più riflessiva: “Smugglers Adventure” è un unione di groove, synth, arpeggi e voci che creano una sorta di presa di coscienza del proprio stato d’animo. “Glutton For Punishment” è la vena cantautorale e un po’ folk che rivela un’altra sfumatura dell’artista, che non nasconde soprattutto dal vivo, dove propone una sua personale versione di “Masters of War” di Bob Dylan. Il disco è un modo per Jojo di esprimere il proprio dolore e disagio, e per questo è importante parlarne e riconoscere il valore dell’arte dovuta al dolore.

Jadu Heart “POST HEAVEN“

Già dal nome della band si può intendere la loro filosofia. Jadu, in hindi significa magico, perciò cuore magico. Il duo è alla costante ricerca della felicità nel caos. L’album parla del percorso individuale dei due protagonisti dopo la rottura del loro rapporto romantico, perciò il disco viene nominato così, quello che c’è dopo il paradiso. Una storia che non ha diviso i due musicisti inglesi, anzi li ha ispirati a creare un album ricco che porta l’ascoltatore in un viaggio. Il disco è un continuo alternarsi tra elettronica, folk e indie, accompagnati da beat quasi hip hop. Tra “You’re Dead”, “U”, “Shake Your Ass”, ”AUX”, “Post Romance”. I due ragazzi si alternano a cantare e danno un’anima propria e personale alle canzoni. Lui, Alex Headford, è distaccato, quasi svogliato, e rappresenta la parte più malinconica del percorso. Mentre lei, Diva Jeffrey, ha una voce delicata, quasi sospesa tra le melodie. Il disco sta per terminare, e in ”Dualism” cantano entrambi, le voci diventano praticamente strumenti, non si distinguono chiaramente come prima, la melodia è sognante, luminosa, dimostra come entrambi siano arrivati ad un nuovo equilibrio. E il dream pop segue anche nella traccia successiva, ”Heaven”, rimarcando lo stesso messaggio della traccia precedente. L’ultimo brano ”SOS”, però, è quasi una lamentela folk, come a volerci dire che anche se si va avanti, il passato fa parte di noi e può capitare di guardarsi indietro con nostalgia. Il disco riesce a celebrare tutte le emozioni di cui racconta in modo onesto e sentito, non nascondendo nulla, il duo si mette a nudo e ci lascia con i suoi cambiamenti, ma anche i suoi dubbi e incertezze.

Model/Actriz “Pirouette“

A chiudere questa classifica il nuovo album dei Model/Actriz. Il disco è una ricetta semplice, una base indie rock, una aggiunta di elettronica, una spolverata di techno, una generosa dose di dance e dovrebbe essere tutto. Ah, dimenticavo. Per farlo bisogna essere estremamente fighi. La forza di questo album è proprio questa, i Model/Actriz ci insegnano come fare a mettere insieme suoni strani e farli stare bene insieme. Come fare un puzzle stupendo con tessere di due immagini differenti. Un disco per quando si ha bisogno di sentire della musica innovativa, fresca e piena di idee e creatività. Anche la struttura del disco contribuisce a questa voglia di perdersi nel talento della band. I primi 5 pezzi sono un tripudio di elettronica e dance diretti, energici e scatenanti. Poi il disco rallenta “Acid Rain” e “Departures” ci mostrano il lato più calmo della band, ma sempre ricco di groove. Poi il noise di “Ring Road” e alla fine, ci si chiede cosa possano fare ancora. Il pezzo finale “Baton” è una canzone synth pop che con atmosfere psichedeliche e sognanti porta l’ascoltatore a sorridere, sorpreso, per l’ennesima volta.

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