- Band: Yasmine Hamdan
- Titolo: I remember I forget بنسى وبتذكر
- Etichetta: Hamdanistan Records, Kwaidan Records
- Uscita: 19 Settembre ’25
- Genere: Arabic Pop, Art Pop
Yasmine Hamdan è una cantautrice libanese che, nonostante una ricca e prolifica carriera, ho colpevolmente scoperto solo di recente. Mi piace immaginare la sua carriera artistica come un maestoso e frondoso albero le cui forti radici si rispecchiano nella rigogliosa parte superiore. Questa è l’immagine, forse un po’ trita ma che ritengo efficace, se penso di voler presentare l’opera e la vita artistica della cantautrice.
Muove i suoi primi passi musicali nei tardi anni 90 nel suo natìo Libano con il duo Soapkills. Con questa band crea una sorta di elettronica indie influenzata sia dal trip hop che dalle sonorità dell’est mediterraneo. L’opera del duo è considerata fondamentale per la scena electro indie non solo libanese. Conclusa questa esperienza, si sposta a Parigi, dove il suo talento è apprezzato da molti artisti tra i quali Marc Collin dei Nouvelle Vague (che produce questo disco), Mirwais Ahmadzaï con il quale collabora sotto il nome di “Y. A. S.”. Il focus di questo progetto musicale è stato principalmente quello di creare arte e musica per tendere la mano tra le due civiltà che in quel momento (e purtroppo non solo) venivano spinte ad un sedicente “scontro di culture”. Per intenderci il periodo dell’inconcepibile Bushiana guerra permanente al terrorismo. Collabora altresì con icone assolute come Madonna ma, almeno dal mio punto di vista, sono le collaborazioni con Elia Suleiman e Jim Jarmush che segnano maggiormente il cammino artistico di Yasmine Hamdan. Nel jarmushiano “Only lovers left alive“ si esibisce cantando “Hal”, il cui titolo (هال) può significare “questo/a”, ma è spesso usato come interiezione o vocativo (come “Ehi, Hal!”) se si riferisce a una persona, o come particella interrogativa iniziale “Hal…?” (???) che indica una domanda (“Hai…? / È…?”).
Di seguito il link del momento del film, perché ogni scusa è buona per diffondere Jim Jarmush:
Ma veniamo all’opera: il disco si intitola “I remember, I forget” a sottolineare la difficile condizione sociale e psicologica di chi vive in quella martoriatissima parte del mondo senza nascondere la testa nella sabbia. È infatti un disco dedicato proprio a Beirut, al Libano e per estensione alla situazione sociale ed esistenziale di chi vive nelle terre bagnate dalle propaggini più levantine del Mar Mediterraneo.
L’album si apre con “هون” (Hon) una tetra ed ammonitrice ballata elettrica con sirene antiaeree in lontananza in sottofondo. Il titolo significa molto semplicemente “Qui”. Il brano infatti ci restituisce l’aria di precarietà esistenziale ma anche fisica del vivere a Beirut oggi, dove le atrocità ed i soprusi sono purtroppo la quotidianità. Shmaali (Tarweeda): questo brano è l’esempio perfetto di recupero della Tarweedeh palestinese. Si tratta di un’antica forma di canto in codice utilizzata dalle donne sotto le carceri britanniche e ottomane per comunicare messaggi segreti ai prigionieri. Yasmine trasforma questo patrimonio “criptato” in un inno contemporaneo di sfida. Più tradizionale nel sound e nelle melodie è la successiva “Shaadia” il cui testo è una sorta di tentativo di canzone d’amore ai confini temporali e morali del mondo.
Poi è il momento di un’altra splendida ballata notturna: “The Beautiful Losers” riflette sulla resilienza e sul ruolo nel mondo di chi tenta di resistere a forze più grandi di sé. A metà del disco troviamo la title track, decisamente più ritmata, che è (come immaginabile) la spina dorsale del disco: un brano di vera e propria denuncia sull’invivibilità di fronte all’abuso e all’indifferenza altrui. Quella che comincia come una ballata blues dagli accenti orientali che si trasforma in un fumoso trip hop si intitola “Vows” ovvero “Promesse” il cui testo brevissimo afferma la volontà di resistenza:
“Sette bagliori e fortuna bruciata
Siamo qui per restare
Amiamo la vita
Cerchiamo di farla funzionare”
Le successive “Abyss” e “Mor” sono due altri brani atmosferici electro trip hop il secondo più incentrato sulla straordinaria voce e le doti interpretative dell’autrice. “DAYA3” ovvero “Smarrimento” ci racconta il momento dell’attesa dell’amato, ovviamente ancor più angosciato in quell’angolo di pianeta. Chiude “Reminiscence” chiude il disco con una splendida suite electro delle sonorità levantine che (se non da prima) avremo a questo punto imparato ad amare. Il testo dice:
È nebbioso, la mia mente è un disastro
Cerco di scappare, il mio corpo ricorda
Mi chiedo se sia cambiato qualcosa
Uno sguardo a lui, il mio corpo ricorda
In estrema sintesi il disco ha fortissime radici nella realtà della parte orientale del Mediterraneo. Lo si può considerare come un atto d’amore, non solo verso la propria terra (ed è da lì che partiamo) ma anche verso l’umanità tutta. Pur ponendoci di fronte alla sopraffazione dell’uno contro l’altro, ne denuncia le condizioni intollerabili e prova a dare una qualche risposta ed un sollievo. Ma è anche un disco di estrema ed inquieta bellezza che tenta l’improba impresa di unire mondi che sembrano lontanissimi ma che non lo sono.
Di più, sembrano volersi ignorare a vicenda solo per il bene e l’interesse di pochissimi.



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