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Quella camera da letto che non amo…

Quella camera da letto che non amo…

31 gennaio 2026
the unkle
  • Band: BDRMM
  • Titolo: Microtonic
  • Etichetta: Rock Action Record
  • Uscita: 28 Febbraio ’25
  • Genere: Indietronica, Dream Pop
Podcast

So bene che farò storcere il naso a qualcuno, ma come dire… E’ solo un’opinione per di più nemmeno richiesta! Sento però la necessità di spiegare perché a mio avviso i Bdrmm sono molto sopravvalutati e che “Microtonic” è una “cagata pazzesca“. Certo che qualche buon pezzo lo hanno scritto ma insomma non vorrei citare troppo il famoso adagio “anche un orologio rotto segna le ore esatte due volte al giorno“.

Partiamo dall’inizio. La band si forma nel 2016 nella città di Kingston upon Hull, detta più comunemente Hull, nei pressi del fiume Humber nell’East Riding dello Yorkshire in UK. I membri attuali sono Conor Murray (batteria), Joe Vickers (chitarra), Jordan Smith (drum programming, synth bass, synthesizer e voce), Ryan Smith (chitarra e voce) fondatore della band che in realtà dava origine ad un progetto solista per poi accogliere i membri appena citati. Tre LP all’attivo e cioè “Bedroom” (2020 – Sonic Cathedral), “I Don’t Know” (2023 – Rock Action Records) e “Microtonic” (2025 – Rock Action Records).

La band si esprime in un registro indie rock, shoegaze con sfumature dream pop, per molti però i quattro di Hull sarebbero un’espressione dello shoegaze ma sinceramente io non sento il “rumore” dei padri del genere come Slowdive, My Bloody Valentine e Ride, troppo pettinato per essere affiancato a questi mostri, piuttosto forse dovremmo metterli a confronto con band a loro temporalmente più vicine, nel così detto Nu-gaze, come ad esempio i Total Control, Deerhunter e i Just Mustard.

Il primo LP “Bedroom” benché con una buona produzione e una sequenza di brani interessante, non vanno oltre ad essere etichettati dal sottoscritto come “ok disco carino” ma, assolutamente dimenticabile se accostato ad un qualsiasi brano ad esempio di “Wednesday” dei Just Mustard (2018), qui si che si attinge allo shoegaze. Un disco, quello dei Bdrmm, poco originale – per lo più citazionista dei Joy Division – un esordio certamente molto orecchiabile e semplice da digerire, tanto da risultare avvicinabile, soprattutto per un sound che titilla la vena dei fan dello shoegaze e che amano un certo “completismo” nel genere. Ribadisco a mio avviso che qui lo shoegaze poco c’entra, ma tant’è, la critica li ha parcheggiati li.

Con “I Dont’ Know” nel 2023 – disco che ho posseduto ma poi rivenduto – i Bdrmm compiono un piccolo salto di qualità, c’è certamente una maggior ricercatezza e imbroccano qualche brano piuttosto riuscito, in particolare mi riferisco a “It’s Just a Bit of Blood” e “We Fall Apart” ma anche “Pulling Stitches” (bello il giro di basso) e il finalone “A Final Movement“. Un lavoro più raffinato con maggior espressività rispetto all’esordio, restando però sempre quelli “ripuliti” da quel sudicio rumore di feedback, risultando così dei fighetti a cui piace non disturbare troppo, un sound che nulla ha a che vedere con l’approccio shoegaze. Sono una band indie rock e basta; ma allora come band indie rock come sono? Anche in questo album si percepiscono continui riferimenti, dai Radiohead di fine anni ’90 – dichiarando apertamente il loro amore per la band di Oxford – e iniziano ad adottare soluzioni elettroniche già in questo album, di giorno un po Radiohead anni ’90, di notte Radiohead anni zero. Per carità prendere spunto da quelli bravi è certamente un buon inizio anche se non particolarmente coraggioso.

Ed eccomi a “Microtonic“, la così detta da molti “virata elettronica”. Inizio del disco introdotto da una collaborazione dei Working Men’s Club tanto per avvisare l’ascoltatore che sarà un disco diverso dal precedente. Il primo vero brano è “John on the Celling” che spegne subito i miei entusiasmi con un brano piacione da pop elettronico piuttosto medioso e altrettanto “Infinity Peaking” che giunge al ritornello catchy in 75 secondi, riproposto per tre volte con un bridge tra la seconda e terza ripetizione che allunga un brodo già piuttosto lento. Ottimo pezzo da lounge bar.

L’elettronica minimale adottata, se da un lato potrebbe apparire appunto “minimal” come in “Snares“, a mio avviso invece è piuttosto scialba, un esempio di elettronica minimale ma ricercata nell’indie rock e shoegaze moderno la trovi in “Glass” dei Total Control. Qui il gioco dei Bdrmm, giunti al terzo LP, sembra più un tentativo di traguardare le classifiche pop innescando l’algoritmo per posizionarsi un po ovunque. A 3’45” il pezzo diventa anche piuttosto fastidioso con quella melodiola da tastiera midi. Anche la successiva “In The Electric Field” ripete lo schema precedente mantenendo uno spoken anche se eseguito da Olivesque dei Nightbus. Di nuovo a circa 3’45” inseriscono un sorta di tappeto sonoro assolutamente inutile se non per aggiungere 1 minuto al brano senza che accada più nulla.

La title track è dimenticabile, non porta nulla se non a lanciare il brano successivo “Clarkycat” che ha una struttura ambient pop dai toni soffusi che ai due minuti ha già svolto il suo scopo, a tre si ripresenta un tappeto sonoro con un build-up risibile che trascina il pezzo fino alla chiusura senza che nulla venga aggiunto, perché? La situazione a mio avviso piuttosto compromessa giunto al settimo pezzo, non si solleva con “Sat in the Heat” alquanto piatta e senza idee. Meglio con “Lake Disappointment” forse perché in me risuona “Hide U” di Kosheen (2001) (problema mio credo) anche se meno d’impatto e più povera.

Se per molta critica la band sta facendo passi in avanti in maturità e ricerca, io invece penso che la band non abbia una vera identità. Lo shoegaze pettinato del primo disco lasciava pensare ad una prima prova interessante benché immatura, il secondo LP poteva essere la svolta indie rock con blande influenze shoegaze ma che a questo punto forse non è loro intenzione perseguire. In “Microtonic” si propongono con una indietronica che spesso vira nell’elettro pop con poche idee e spesso ripetute. In molte occasioni nell’elettronica di quest’album, ho la sensazione che ci sia stato poco impegno e molta superficialità, il minimo sforzo possibile, non sono tutti Damon Albarn che da un preset “Rock 1″ di una Omnichord riesce a realizzare una “Clint Eastwood“.

Mi chiedo cosa posso farmene dei Bdrmm oggi, con lo shoegaze abbiamo capito che non ci siamo – tutta la vita i Just Mustard – con l’indietronica e l’elettro pop siamo a livello roockie si ascoltino The Horros, MIA, The Knife, Gorillaz. Fossero rimasti nell’indie rock di “I Dont’ Know” avremmo ottenuto un altro paio di canzoncine buone per una playlist easy listening da spenderci durante una cena, facendo bella figura con gli amici. Ci tengo a sottolineare che non è un problema di assenza di chitarre, il problema è nell’elettronica adottata, superficiale e mediocre.

Eppure le premesse erano tutte buone, partecipazione dei Working Men’s Club, Nightbus, una etichetta importante come quella dei Mogwai… Leggo questa frase e impazzisco dalla rabbia – “La chiusura è lasciata a ‘Lake Disappointment’, che pone al centro l’operato sperimentale di Thom Yorke con Radiohead e affini, e al mantra ossessivo dell’ipnotica ‘The Noose’ – ma davvero? ma stai scherzando? Non bisogna per forza trovare dei riferimenti nobili per imbonire le persone…

A cinque anni dall’esordio i Bdrmm sembrano ancora alla ricerca di un’identità per dirla con benevolenza, mentre la mia sensazione è che siano alla ricerca del “colpo grosso” e questo non ha nulla a che fare con l’originalità o l’urgenza artistica ma bensì con la rincorsa all’appagamento di un ego o molto probabilmente ad un’onesta ricerca di pubblico più ampio e di un grasso reddito, non c’è problema basta ammetterlo e per me è ok così.

Probabilmente il prossimo step dei Bdrmm potrebbe essere proporsi come DJ Producer al Tomorrowland

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