- Artista: Momoko Watanabe Gill
- Titolo: Momoko
- Etichetta: Strut Records
- Durata: LP, 11 tracce, 39 minuti circa
- Paese: Londra, UK.
- Genere: Trip Hop, Smooth Jazz, Soul
- Tipologia: LP – Studio
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Se bazzicassi la scena londinese più interessante, avrei sicuramente incrociato Momoko Watanabe Gill (magari sotto lo pseudonimo MettaShiba) in qualche locale. Non chiamatela “solo” batterista: Momoko è una forza della natura che passa con una disinvoltura assurda dalle bacchette alla voce, fino al vibrafono o alle tastiere. Praticamente, se le metti davanti uno strumento e le dai fiducia, lei ci tira fuori della magia con un piglio quasi dispettoso.
Il suo sound è un frullato delle sue radici tra Giappone, USA e Regno Unito. Questa varietà culturale si sente tutta nel suo amore per i sentieri meno battuti del jazz, del soul e dell’hip-hop, uniti alla voglia di improvvisare.
Collabora con Tirzah, Alabaster DePlume e Coby Sey e An Alien Called Harmony è il suo progetto in duo con il poeta/rapper Nadeem Din-Gabisi. Hanno già collaborato strettamente per l’album ‘Pool‘ di Nadeem, e oggi sono a raccontare qualcosa di questo LP che porta il suo cognome.
L’impatto è immediato in questo mondo musicale composto di belle intenzioni, un disco consigliabile tra smooth jazz, classic jazz da big band ‘When Palestine is Free‘ ( Daje! ) e un dosato trip-hop. Qualche pennellata soul e un cantato sommesso che lascia tutto un po fosco e soffuso.
Momoko si addentra in un terreno in cui la miscela potrebbe sfociare in banalità ma ne esce bene, dosando le diverse influenze allo scopo di sostenere un propria poetica fatta appunto di classic jazz come in ‘River‘ e momenti fortemente trip-hop in ‘Shadowboxing‘.
Il contrabbasso di ‘No Others‘ ti accoglie e ti fa capire la pasta di questo disco, quali sono gli ingredienti primari usati nella cucina di Momoko, pianoforte jazz unito ad un cantato delicato che a tua insaputa si insinua indelebilmente nella mente. Con ‘Heavy‘ mette in gioco un ossimoro tra il titolo del pezzo e il flauto che viaggia leggero nel pezzo.
In ‘Rewind / Remind‘ e ‘Shadowboxing‘ il trip hop fa il suo ingresso tramite luci scure e una cassa profonda per poi consolidarsi nel break, il primo un pezzo fluttuante e morbido dove i vuoti svolgono una parte importante. Nel secondo le sonorità di matrice bristoliana fanno capolino in modo energico, deciso e pesante.
Ancora con ‘Test a Small Area‘ il regime è quello alla Portishead, un pezzo strumentale in cui i loops e i taglia-e-cuci sono vividi ma che ad un tratto, come in una transizione di scena Straight cut, cede il passo ad pezzo voce e pianoforte in cui la tastiera cicla sulle medesime note diventano la forma ritmica del pezzo.
L’ultima parte dell’album è quella più classic jazz sebbene la produzione inserisca echi e riverberi di voci e un oboe che fa il suo ingresso in un brano (Anyway, I’m Drowing) che passa dallo spoken word al cantato soffuso. Poi si va verso il finale dove le invenzioni di produzione, i loops, i taglia-e-cuci scompaiono e tutto è lasciato agli strumenti più classici batteria, contrabbasso, cori, trombone… e via così.
‘Momoko’ è l’album che non ti aspetti nel 2026 ma che accogliamo con gioia e ringraziamo questa giovane strega dell’armonia e della composizione.
[On AOTY]



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