- Artista: Nothing
- Titolo: A Short History of Decay
- Etichetta: Run For Covers Records
- Durata: LP, 9 tracce, 41 minuti circa
- Paese: Philadelphia, USA.
- Genere: Shoegaze, Indie Rock
- Tipologia: LP – Studio
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C’è un punto, ascoltando “A Short History of Decay” in cui diventa chiaro che i Nothing non stanno più raccontando lo shoegaze: lo stanno riportando nel corpo. Non c’è nostalgia, non c’è la nebbia come trucco. C’è un organismo che trema, che registra il tempo, che non ha più voglia di sublimare nulla. È il disco più diretto, più vulnerabile, più fisico della band di Philadelphia e forse il loro primo vero regolamento di conti con tutto ciò che li ha generati e consumati.
La lineup, finalmente stabile, dona a Domenic “Nicky” Palermo una struttura solida da cui lasciarsi cadere. E lui cade, senza filtri: nell’infanzia, nella malattia, nella genealogia del dolore, nella decadenza lenta che non ha bisogno di metafore. Il risultato è un album che non si limita a parlare di disfacimento: lo mette in scena.
Ecco due parole per ogni traccia, di un disco che definire Vero é un eufemismo.
Si parte con “Never Come Never Morning”, dove l’alba proprio non arriva e il tempo si blocca, mentre Palermo affronta con una franchezza inedita la figura paterna abusiva: le chitarre non erigono muri, ma accumulano pressione come un respiro trattenuto all’estremo, un inizio che non introduce ma espone nudo.
Da lì si passa a “Cannibal World”, un mondo che divora se stesso, dove il trauma personale si espande nel sociale come se ogni ferita individuale fosse solo un pezzo di un’erosione collettiva, con un suono tra i più fisici del disco, uno shoegaze che morde sul vivo. Poi arriva “A Short History of Decay”, la title track che si fa manifesto. La decadenza non è mera estetica, ma un processo fisiologico che cede centimetro dopo centimetro senza mai crollare del tutto, un tempo che ci consuma piano.
“The Rain Don’t Care” evoca invece la pioggia priva di intenzioni o empatia, l’indifferenza cosmica che lascia esposta la vulnerabilità in un’atmosfera rarefatta, un cielo che guarda senza muovere un dito e non offre consolazione. È il preludio perfetto a “Purple Strings”, il momento più delicato, con archi e una viola che sa di livido spirituale, dove Palermo si spoglia di difese e lascia entrare la fragilità come in un punto di rottura e resa insieme.
Non manca “Toothless Coal”, carbone sdentato che ha perso forza e funzione, un brano di esaurimento puro dove l’energia non brucia più e la musica trascina per inerzia, come un corpo che si muove da solo. “Ballet of the Traitor” intreccia grazia e colpa in un teatro rituale, con tensione tra morbidezza e abrasione che danza in una coreografia di auto-sabotaggio.
“Nerve Scales” trasforma il corpo in sismografo, i nervi in misura del dolore, un pezzo che vibra e registra senza lasciarti ignorare il tremore sotto pelle – forse il picco assoluto del disco. E si chiude con “Essential Tremors”, l’intimità estrema della malattia genetica di Palermo fatta linguaggio: il tremore come firma ereditaria, destino senza redenzione, ma con un’accettazione che sa di verità nuda.
Ogni brano insiste sul corpo: tremori, nervi, lividi. Non è un disco concettuale: è un disco somatico. Il corpo registra ciò che la mente vorrebbe dimenticare. La decadenza come processo. Non c’è estetizzazione, non c’è romanticismo shoegaze.
C’è un lento cedere, un vibrare che si incrina, un tempo che non guarisce ma scava. Dal padre alla malattia genetica, dalla società cannibale al tradimento: Palermo chiude un ciclo iniziato con “Guilty of Everything“. È un ritorno alle origini, ma senza mitologia.
La nuova lineup dà tridimensionalità al suono: non muri, ma pressioni, non nebbia, ma densità. La vulnerabilità non è un tema: è una tecnica compositiva.
“A Short History of Decay” è il lavoro più umano dei Nothing. Non racconta la decadenza: la incarna. È un disco che non cerca di essere bello, ma vero. E nella sua verità c’è una forma di bellezza che non consola, ma accompagna. Una bellezza che trema.
[On AOTY]



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