Dentro la mente dei Mindsuckers
- Band: Harvey Rushmore & The Octopus
- Titolo: Mindsuckers
- Etichetta: Taxi Gauche Records
- Genere/Stile: Garage, Surf, Psychedelic Rock, Kraut Rock
- Paese: Svizzera
- Uscita: 13 Marzo 2026
Ci sono album che non si limitano a raccontare un mondo: lo costruiscono. ‘Mindsuckers‘, il nuovo lavoro degli Harvey Rushmore & The Octopus, appartiene a questa categoria rara. È un disco che sembra emergere da un immaginario febbrile, psichedelico, saturo di tensione e di ironia, dove il confine tra percezione e distorsione si assottiglia fino a scomparire. La band svizzera, da sempre capace di fondere energia lisergica, narrazione cinematografica e un gusto per l’eccesso controllato, qui spinge ancora più in là il proprio universo. C’è un mostro, certo, ma soprattutto c’è un modo di guardare il mondo: tra mindfulness e sovraccarico informativo, tra natura e caos umano, tra immagini interiori e rumori che diventano visioni.
Ne abbiamo parlato con Massimo Tondini e Stefan Cecere, esplorando le origini di ‘Mindsuckers‘, il ruolo delle immagini, la fisicità del suono e le influenze che alimentano il loro percorso.
Mindsuckers introduce un universo vivido, quasi allucinatorio. Qual è stata laprima scintilla, un suono, un’immagine, una sensazione che ha messo in moto questo mondo?
Massimo Tondini (MT): Tutto è nato per caso. Stavamo guardando “Scanners” di David Cronenberg, piuttosto fatti, e l’esperienza è stata così intensa, divertente in un certo senso, leggermente spaventosa e completamente sovra eccitata, che mi è rimasta impressa.
Poco dopo, Jacob, il nostro batterista, mi ha mandato un incredibile beat modificato. Ho iniziato a sperimentare con campioni presi da Scanners, ho abbassato l’accordatura della chitarra e in qualche modo è nato il riff di Mindsuckers.
In quel periodo praticavo molto la mindfulness. Una parte importante è imparare a lasciar andare, a non giudicare pensieri o persone, a restare nel momento presente. Ma allo stesso tempo ero sopraffatto dalla tensione politica, dalla velocità di tutto, e dal flusso ingestibile di materiale disturbante che cerca costantemente di catturare la tua attenzione. Sembrava che i veri avversari finali fossero tutte quelle forze che cercano di trascinare la tua mente altrove per scopi malsani.
E poiché le notizie prosperano su titoli minacciosi che attivano il tuo sistema di allarme interno, ho pensato: perché non dare a questi meccanismi un nome trash e una faccia? Così sono nati i Mindsuckers.
È così che ha preso vita la title track dell’album.
La vostra musica unisce energia psichedelica e una forte tensione narrativa. Quali temi o stati emotivi hanno plasmato la scrittura di questo album?
MT: “L’album attraversa emozioni diverse, con ogni brano che porta con sé un proprio sentimento e una propria idea. Abbiamo chiamato la title track Mindsucker e l’album Mindsuckers perché mi piaceva giocare con i piccoli dettagli e le variazioni. Un tema ricorrente nella nostra musica è la tensione tra natura e potere distruttivo umano. Ci sono anche sensazioni di smarrimento o sopraffazione in un mondo strano, mal d’amore, la celebrazione di uno stato mentale bello e malinconico, o il vagare in un incubo febbrile e nebuloso come in Cosmic Wave. Ci piace mescolare argomenti seri con immagini divertenti, trash, esagerate, cinematografiche.
L’artwork e l’edizione ECO in vinile mostrano una forte attenzione alla fisicità e all’estetica. Quanto conta il lato visivo e materiale, vinile, artwork, texture nel vostro processo creativo?
Stefan Cecere (SC): Siamo molto intenzionali nelle scelte riguardanti i contenuti visivi, e sicuramente il lato materiale gioca un ruolo importante in tutto ciò che facciamo. Lavoro come visual designer e quindi ho una forte attrazione per ogni tipo di opera visiva: fisica, digitale o anche solo scelte tipografiche. Ma ci piace anche collaborare con altri artisti visivi, videomaker, illustratori, artisti per dare al nostro mondo visivo un tocco inaspettato.
Sentiamo che l’apparenza visiva delle opere, in relazione alla band e al suono, è un elemento integrale e può supportarne chiaramente il significato. Quindi ci sono sempre discussioni su visual e paesaggi sonori. A essere onesti, il suono viene sempre prima, e l’arte visiva segue il percorso del suono e dei testi per creare un certo quadro visivo.
All’inizio della band usavamo visual dal vivo durante i concerti, applicati direttamente da me tramite software modulare dal palco, mentre suonavo synth e suoni. Ora ci concentriamo di più sull’estetica sonora dal vivo, anche perché cambio spesso strumenti e suoni. Ma chissà, forse tornerà.
Ci piace anche sperimentare con oggetti e merchandising.
Per il nostro secondo album ‘Futureman‘ abbiamo creato una salsa piccante fatta in casa chiamata ‘Red Slime’, legata al brano ‘Slime On The Beach‘. Abbiamo creato un artwork specifico e l’abbiamo venduta ai concerti. Abbiamo anche fatto dei pantaloncini da bagno. Per ‘Freedomspacecake’ abbiamo prodotto skateboards con l’artwork dell’album, e hanno venduto molto bene.
Ora con ‘Mindsuckers‘ avremo un oggetto speciale: una piccola produzione di vino imbottigliato a mano con un’etichetta dedicata. Siamo curiosi di vedere come verrà accolto. Insomma, ci piace aprire possibilità, esplorare, e non prenderci troppo sul serio.
Il vostro suono ha una qualità fisica, quasi cinematografica. Quando componete, pensate in termini di scene, movimenti o sequenze visive?
MT: Mi piace pensare in termini di atmosfera e di immagini catturate nel suono. Jammamo molto e registriamo tutto, poi riascoltiamo gli highlights e ci concentriamo sulle parti che emergono. Di solito quello è il primo indizio di una nuova idea. Da lì cerchiamo di rielaborarla, modellare una melodia e trovare parole che amplifichino l’umore.
A volte un rumore strano può accendere qualcosa, come il pianto dei gabbiani che ho combinato con un semplice beat e una melodia d’organo durante un viaggio in Normandia. È poi diventato il brano ‘Acid River‘, dove i gabbiani hanno un ruolo importante anche nel videoclip. Non succede spesso, ma quando accade è bello notare un buon accoppiamento e costruirci sopra.
Mi piace fondere immagini interiori con ricordi dei luoghi in cui sono stato e delle persone che ho incontrato, intrecciandoli con le nostre idee musicali.
Ultima curiosità: quali artisti o album contemporanei vi stanno ispirando in questo momento? Ci sono suoni della scena attuale che risuonano con la vostra direzione?
MT: Ascolto una vasta gamma di suoni, quindi è difficile nominare un solo artista. Amo molta musica degli anni ’60 e ’70, blues, soul, rock’n’roll, folk, ma anche la scena neo‑psichedelica più recente, come Night Beats, The Black Angels o Franky and the Witch Fingers.
SC: Per me ci sono troppi artisti interessanti per sceglierne solo alcuni. Ma ci provo: ‘Diles Que No Me Maten‘, da Città del Messico, è in rotazione spesso. Amo l’atmosfera che creano e i testi hanno una bellezza poetica che mi parla molto.
Artisti come Ignatz, Big Thief, grouper, Daniela Pes o Kush K dalla Svizzera sono riferimenti per suoni, sensazioni e spazi. Sul lato più intenso mi piacciono progetti rumorosi come Gilla Band, SUUNS o Donna Candy. E date un ascolto anche a: Brokenchord, URAN GBG, Ak’chamel, Sun Blossoms.
E ai nostri amici svizzeri: Augenwasser, Leopardo, Chacho, Sun Cousto, Jari Antti. Solo per citarne alcuni.
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‘Mindsuckers‘ è un album che nasce da un cortocircuito: tra mindfulness e sovraccarico, tra natura e distorsione, tra immaginazione e rumore. Harvey Rushmore & The Octopus trasformano tutto questo in un universo sonoro e visivo che non assomiglia a nient’altro: un mondo dove il caos è una forma di lucidità, e dove i mostri non sono altro che le nostre stesse distrazioni travestite.



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