- Band: Arab Strap
- Titolo: As Days Gets Dark
- Etichetta: Rock Action Records
- Uscita: 5 Marzo 2021
- Genere: Indietronica, Chamber Pop, Post-Punk, Spoken Word
- Durata: 47 minuti, 11 tracce
- Tipologia: LP – Studio
- Paese: Falkirk, UK
L’album di cui voglio parlare è uscito quasi cinque anni fa: uno di quei dischi che poi sono rimasti nella mia mente e al quale mi piace di tanto in tanto ritornare. Uno di quelli che ha saputo resistere al passare del tempo e che qualcuno piacerebbe definire come un nuovo classico.
Il disco in questione esce il 5 Marzo del 2021 per l’etichetta dei conterranei ed amici Mogwai: Rock Action. Si intitola “As Days Gets Dark” ed è il ritorno del duo scozzese formato da Malcolm Middleton ed Aidan Moffat, gli Arab Strap. Tornano dopo essersi “ritirati in pensione” dopo dieci anni di attività. Non senza lieve sarcasmo, così recita la copertina della compilation celebrativa “Ten years of tears”, uscita nel 2006 per la loro storica etichetta Chemical Underground. Ma infine, evidentemente, l’ispirazione e la magia sono tornate.
Credo di averlo già detto da altre parti che gli scozzesi son gente seria: se siete tra coloro che alla parola “reunion” mette mano alla fondina, allora rilassatevi ed abbracciate questo disco stilisticamente assolutamente “Arab Strap”. Infatti “As days gets dark” non solo è un disco che riprende pienamente il tema e l’estetica del duo, ma è forse uno dei più grandi album del duo di Falkirk. I temi sono quelli che ha sempre portato avanti la band ma lavorati con ancora maggior cura e saggezza. Probabilmente un’attitudine inevitabile data l’incipiente senescenza del duo. Di senescenza infatti, si parla, perché i giorni che diventano più scuri (così la traduzione letterale del titolo) non propriamente si riferiscono a quelli autunnali, ma anche e soprattutto, a quelli della vita nella sua interezza.
Ma veniamo all’album. “The Turning Of Our Bones” è la prima traccia nonché primo singolo: la riprova più evidente dell’atteggiamento di grande ispirazione del duo. Si comincia che con un riff tambureggiante che sembra voler evocare atmosfere da film della Hammer e delle liriche che ci introducono al brano:
Non me ne frega un cazzo del passato
I don’t give a fuck about the past
I nostri giorni di gloria sono passati
Our glory days gone by
Tutto ciò che mi interessa in questo momento
All I care about right now
È quel piccolo neo nella tua coscia
Is that wee mole inside your thigh
Insomma, il piano è chiaro. Non abbiamo a disposizione tutto il tempo che avremmo voluto, forse lo abbiam anche sprecato? Può essere. Ma ciò che ci interessa è il qui e l’adesso. Un “hic et nunc” che Aidan Moffat piace simbolizzare con un neo sulla coscia…
“Another Clockwork Day” è forse il brano più musicalmente “à la Arab Strap”: su un intimo ma avvolgente giro di chitarra di Malcolm Middleton e pochi altri strumenti, Aidan Moffat ci racconta il routinario momento di soddisfazione solitaria di un capo famiglia tramite vecchie immagini salvate su una memoria esterna. E con un colpo da maestro, tramite gli ultimi versi riesce anche a restituircene una sorta di poesia e romanticismo.
Un campione di giro di chitarra apre “Compersion Pt. 1”, scelto come secondo singolo dell’album, ha un andamento quasi synth pop. Come suggerisce il titolo si parla di rapporti di coppia che si aprono a nuove alternative e del poterne gioire insieme invece di abbandonarsi alla gelosia.
“Bluebird” può essere considerato un piccolo gioiellino pop ed un potenziale singolo mai pubblicato: il chorus di questa gemma nascosta non sfigurerebbe in ben più vendibili produzioni, se non fosse così chiaramente creata con il timbro del duo scozzese. Con un ritmo quasi dance ed una chitarra pulita ci parla del contatto tra due persone che sembrano avere una sorta di relazione ma che non si realizza se non online. Che quando infine diviene reale si trasforma in tragedia.
Una linea di basso pulsante ci introduce a “Kebabylon” che creando un’atmosfera notturna e minacciosa ci parla della vita di notte per strada restituendoci un senso di vuoto e di minaccia
Inseguendo i fantasmi dell’indiscrezione e della lussuria
Chasing down the ghosts of indiscretion and lust
Queste strade vuote e sporche sono il posto a cui appartengo
These empty, filthy streets are where I belong
Giù tra la diavoleria, giù nella polvere
Down among the devilry, down in the dust
Se lo ascoltate su vinile, avete appena girato sul lato b, che comincia con l’autoironica nonché occasione d’autoanalisi sin dal titolo “Tears on tour”. Qui Aidan si prende in giro e dice che come lavoro fa l’opposto del comico e che gira il mondo per far piangere la gente che lo va ad applaudire. Come geniale idea di marketing considera anche di vendere dei fazzoletti da naso con stampigliato il nome e le le date della band allo stand del merch. Non senza aver sottolineato quante lacrime abbia versato per poter arrivare a fare il suo lavoro dei sogni.
Un acuminatissimo riff di Middleton ed un arrangiamento particolarmente electro pop ci introduce ad un altro singolo che ha preceduto il lancio del disco: “Here comes Comus!”. Il brano ci mostra le molteplici tentazioni della notte, quelle a cui non si sa resistere, ammesso che le si voglia opporre resistenza. Comus è infatti una divinità greca che è dedita ai piaceri dionisiaci ed in particolare alla baldoria alcoolica.
Al centro del lato B c’è il brano che è davvero un gioiellino incredibile “Tales Of The Urban Fox”: con tanto di archi a sottolinearne la vicenda. Il brano mette sotto metafora favolistica il tema della migrazione e della totale mancanza di empatia. Tanto da ricordarmi i brani pop del miglior Edoardo Bennato.
“I Was Once A Weak Man” è un brano oscuro e sinuoso che esplora la mascolinità, la sessualità e l’invecchiamento. Qui Aidan Moffat riflette su come la libido e l’identità cambiano con l’età, mentre il protagonista del brano ripete gesti di quotidianità che ne sottolineano un’accettazione della perdita di virilità “tossica” a favore di una pace interiore più matura.
“Sleeper” è il racconto di un viaggio in un treno notturno che diventa un viaggio nella psiche. Della gentilezza e del disinteresse casuale che si possono incontrare. Dei pensieri che passano vedendo solo il proprio volto specchiarsi mentre si tenta di scorgere un paesaggio nel buio della notte. Un brano ipnotico e profondamente atmosferico.
Anche se “Sleeper” potrebbe essere un perfetto brano finale con il protagonista che scompare in un paesaggio sempre più solitario e buio, ecco che gli Arab Strap si e ci concedono un ulteriore traccia che fa da sorta di summa del disco: “Just Enough”
E basta poco per far male
And it’s just enough to hurt
Basta poco per lasciare il segno
It’s just enough to make its mark
Solo una mano da tenere mentre i giorni si fanno bui
Just a hand to hold as days get dark
Come a dire: la situazione è questa, ne abbiam discusso, ma ecco un ulteriore abbraccio, una pacca sulla spalla, un brano della staffa. Insomma, non la solita stanca reunion tanto per tirar su due spiccioli, ma un disco vivo, sincero, abrasivo e a fuoco. Un duo che ha ancora molto da dare e da dire e che non cerca di essere giovane. Anzi, consapevole ne abbraccia il decadimento fisico e morale con ironia e dignità.
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