- Artista: Apparat
- Titolo: A Hum Of Maybe
- Etichetta: Mute
- Durata: LP, 11 tracce, 51 minuti circa
- Paese: Berlino, Germany
- Genere: Downtempo, Ambient, Electronic
- Tipologia: LP – Studio
- — — —
- AOTY
Con Sasha Ring è sempre un po una lotteria, sarà più cantautoriale, più techno o più ambient? Forse IDM? Persona non amante delle categorie (leggere qui) alle quali sfugge agendo come una sorta di musicista poliedrico e muta-forma, caratteristiche ammirevoli s’intende.
Nel 2020 uscì con un quadruplo LP dal titolo “Soundtracks” suddiviso in appunto quattro capitoli “Capri-Revoltion”, “Stay Still“, “Däemon” e “Equal Sessions” – un LP per ogni film musicato da Ring. Solo un anno prima pubblicava un dei suoi migliori lavori “LP5“.
Dopo sei anni ma non senza collaborazioni come per esempio in “More D4ta” (2022) anagramma di Moderat 4 in collaborazione col duo Modeselektor, esce questo “A Hum Of Maybe” in cui Ring nuovamente sceglie una via non super-definita, più vicino a “LP5” dal punto di vista estetico che al mio amato “Duplex” in cui l’IDM regnava sovrana con tutte le sfumature apparatiane ovviamente, ma era il 2003.
In questo lavoro, sofferto a detta dell’artista per un prolungato momento di vuoto artistico, non adotta quei crescendo anche lenti che culminavano in una catarsi ma preferisce una media intensità, adottando una sorta di brown noise che “simboleggia la presenza pesante e tangibile di possibilità irrisolte, o quella pressione silenziosa sotto decisioni che non sono state ancora prese” (cit. Trev Elkin).
Elemento attrattivo di questo lavoro è il peso del tempo, inteso non come proprietà fisica ma come importanza, i colpi irregolari in “An Echo Skips a Name” e la lentezza in “Enogh for Me“, nonché “Pieces, Falling” fanno emergere le difficoltà e l’utilizzo di farmaci antidepressivi di cui Apparat vorrebbe farne a meno.
Una prima parte del disco fino alla traccia sei, in cui l’artista riesce apparentemente a superare le proprie difficoltà ispirative ma che nella seconda parte ci ricorda di debolezze e minacce pronte a prendere il sopravvento.
L’inizio dell’album con colpi di tastiera e cassa soffusi, quasi abbozzati, ci accompagnano nel clima sofferente anche se parzialmente mascherato, di questo album. Dicevo che i crescendo e le aperture euforiche espresse in altri lavori qui sono meno evidenti, una eccezione la produce un po “A Slow Collision” e un po “An Echo Skips a Name“, dove la firma Apparat è maggiormente evidente.
Non il suo miglior lavoro ma non fa certa brutta figura nella discografia di questo quasi cinquantenne (classe 1978) che quando pubblica un lavoro lo fa solo per necessità artistiche.



Lascia un commento