- Artista: Irreversible Entanglemets
- Titolo: Future Present Past
- Etichetta: Impulse! Records
- Durata: LP, 10 tracce, 42 minuti circa
- Paese: UK
- Genere: Neo Jazz, Alternative Jazz
- Tipologia: LP – Studio
- — — —
- AOTY
Se volessi tracciare una sorta di percorso dell’evoluzione degli Irreversible Entanglements, dovrei ammettere che con “Open the Gates” (2021) e “Protect Your Light” (2023) hanno raggiunto quello che definirei il loro “raggio d’azione più ampio”, oscillando tra odissee free-jazz totalmente prive di gravità e passaggi meticolosi e super-calibrati.
Camae Ayewa, che il mondo conosce come Moor Mother – e che all’epoca non aveva ancora dato alle stampe “The Film“, quella collaborazione con i Sumac del 2025 che definire “incendiaria” è un eufemismo – ha operato una sorta di scelta tattica, meno scontro frontale rispetto ai suoi lavori solisti (“The Great Bailout“), preferendo un approccio che, pur continuando a fare a pezzi gli oppressori della storia con una precisione chirurgica, apriva spiragli d’empatia quasi terapeutica verso i diseredati della Terra.
In questo nuovo LP (il secondo per la Impulse!) etichetta che porta con sé un peso storico tale da far tremare i polsi a chiunque maneggi un sax, il gruppo si lancia in improvvisazioni che ti lasciano letteralmente senza fiato.
Lo fa con un inedito senso del controllo. In “Don’t Lose Your Head” Tcheser Holmes scatena una sezione ritmica da centrifuga, mentre Keir Neuringer – come se vivesse in Impulse! da sempre – usa il sax per fare da forza oppositrice a quella centrifuga riportando tutto al centro. La bussola armonica che in un mare di caos calcolato ti fa ritrovare la via.
Ayewa, nel frattempo, sciorina intuizioni in versi che sono al contempo mistiche e attiviste e talvolta catartiche. In “Vibrate Higher“, Ayewa opera una sorta di equilibrismo retorico tra una Angela Davis decisamente più mercuriale — ossia quella che ha smesso di accettare l’inaccettabile per iniziare a “cambiare il sistema” — il tutto condito da quei lampi di volatilità tipici di una Nina Simone. Il resto della band attraversa paesaggi onirici, il basso di Luke Stewart pesta duro come se dovesse abbattere un muro di cemento, mentre la batteria di Holmes flirta con le aritmie.
C’è poi questa traccia frenetica, “Panamanian Fight Song” (la mia preferita), dove i fiati sembrano letteralmente decollare verso l’esosfera come un’Artemis II, per poi rientrare alla base con un tempismo “sospetto”. Brani come “Keep Going” dove la tensione tra il desiderio individuale di autorealizzazione e la macchina schiacciasassi dell’oppressione istituzionale — quelle gerarchie secolari che tengono i soliti noti (l’1% del mondo) in cima e il resto (il 99%) di noi sul fondo — diventa quasi tangibile.
L’ingresso di Helado Negro (Roberto Carlos Lange) nell’apertura di “Juntos Vencemos” e nella chiusura di “We Overcome” aggiunge una sfumatura di vulnerabilità che funge un po da riferimento emotivo per l’iper-intellettualismo del gruppo.
Con “Future Present Past“, gli Irreversible Entanglements non si limitano a rinnovare (ancora) i canoni del free-jazz o del noise; fanno qualcosa di molto più faticoso: denunciano le ipocrisie storiche, scavano così nei paradossi che, benché archetipici del genere umano, risultano ancora super-fertili.
Fondamentalmente, hanno ancora un sacco di cose da insegnarmi su come si dice la verità senza concedere troppi sconti.




Lascia un commento