- Artista: L.Y.R.
- Titolo: Dark Sky Reservation
- Etichetta: Real World Records
- Durata: LP, 12 tracce, 43 minuti circa
- Paese: UK
- Genere: Indie, Spoken Word
- Tipologia: LP – Studio
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- AOTY
C’è qualcosa di profondamente, quasi imbarazzantemente onesto nel fatto che un album si chiami “Dark Sky Reservation” — che è, se ci pensi, un termine preso in prestito dall’ambientalismo, da quella pratica piuttosto commovente di designare zone geografiche protette dall’inquinamento luminoso, dove le stelle tornano visibili come lo erano per i nostri avi prima che decidessimo, collettivamente e con grande entusiasmo, di illuminare ogni centimetro quadrato di sto cacchio di pianeta con insegne al neon e lampioni a LED.
Il punto è che gli L.Y.R. — trio britannico composto da Simon Armitage, Richard Walters e il produttore Patrick J. Pearson — hanno realizzato un disco (il loro terzo) costruito attorno alla tensione tra oscurità e luce nel senso più letterale possibile, prendendo concetti enormi, cosmici, potenzialmente ridicoli nella loro vastità, e di comprimerli dentro scenari riconoscibili, quotidiani, quasi banali.
Pearson costruisce tutto su strutture lente, ipnotiche, stratificate con una cura che sfiora l’ossessione — e qui “sfiora” è già un eufemismo, perché la sensazione che si stia ascoltando qualcuno che ha passato ore, forse giorni, a decidere esattamente quanto dovesse durare un riverbero. I brani non concludono nel senso tradizionale del termine, scivolano via, si dissolvono, come se la risoluzione fosse una categoria che semplicemente non li riguarda. Walters canta con una leggerezza quasi incorporea — “featherlight” direbbero gli anglofoni, e per una volta il termine è giustificato — mentre Armitage recita, con quella presenza terrena, che impedisce all’intero progetto di evaporare nella vaghezza.
E qui bisogna essere precisi, perché è importante: il rischio con questo tipo di musica, spoken word più elettronica più songwriting melodico, il che è già una formula che suona vagamente come il menù di un ristorante fusion gestito da un ingegnere informatico in crisi creativa — il rischio, dicevo, è che tutto diventi ornamentale. Bello da guardare da lontano, vuoto da vicino. “Dark Sky Reservation” evita questa trappola, e non sempre con grazia, ma con qualcosa di meglio ossia con coerenza. I motivi ricorrenti, le immagini che tornano, la pioggia, la luce artificiale, i cieli che si aprono, creano un’atmosfera sostenuta che non si esaurisce al primo ascolto.
“Blah! Blah! Blah!” inquadra la vita moderna come un bombardamento continuo di informazioni, sinossi di Netflix e notifiche e opinioni, che produce paradossalmente non più consapevolezza ma meno, non connessione ma dissociazione.
Eppure “Dark Sky Reservation” non è cupo, o meglio, è cupo nel modo in cui è cupo guardare un cielo stellato, che è a dire che l’oscurità è il presupposto, non il soggetto. “Under Artificial Lighting” difende il sogno a occhi aperti come atto necessario, quasi politico. “Sirius Alpha, Sirius Beta” lascia che qualcosa di simile alla speranza, non quella trionfante, non quella da discorso motivazionale, ma quella fragile. Questi momenti non risolvono nulla. Coesistono con l’incertezza, il che è probabilmente più onesto di qualsiasi risoluzione.
A dieci anni dalla loro formazione, gli L.Y.R. sembrano aver trovato una strana pace con la propria inclassificabilità. Non sono art-pop, non sono spoken word, non sono ambient, sono tutte queste cose insieme, il che in teoria dovrebbe essere un problema di marketing e in pratica risulta essere la cosa più interessante di loro. “Dark Sky Reservation” è un disco che sa stare con le proprie contraddizioni senza sentire il bisogno di risolverle, e questo, in un’epoca che chiede costantemente posizioni nette e identità coerenti, è già una forma di resistenza.



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