- Band: Friko
- Titolo: Something Worth Waiting For
- Etichetta: ATO Records
- Durata: LP, 9 tracce, 41 minuti circa
- Paese: USA, Chicago
- Genere: Indie Rock, Power Pop
- Tipologia: LP – Studio
- — — —
- AOTY
La band di Chicago è al secondo album dopo l’esplosivo “Where we’ve been, Where we go from here” (2024) e continua le sue oscillazioni critarristico-musicali tra la fine degli anni ’90 e il primo decennio 2000 pescando quel sound indie sporco e i versi taglienti dei 90s mantenendo comunque un carattere malinconico (Alice, Certainty).
Ora, due anni dopo e lodi globali del primo LP, sono ad una transizione verso tratti più muscolari con meno complessità. Canzoni più dritte e meno da “due contro il mondo” ad essere più band solida, più pragmatica ma meno “magica”.
“Something Worth Waiting For” si propone principalmente di sondare, o meglio di lottare con lo stato transitorio per eccellenza, in cui l’identità si sfalda come un accordo, universale dilemma anche per i Friko.
L’album sembra fare a botte con quella strana sensazione che ti lascia il cambiamento, come un vestito nuovo che tira un po’ sulle spalle. È il loro primo lavoro come quartetto: Niko Kapetan e Bailey Minzenberger, le colonne portanti, hanno imbarcato Korgan Robb e David Fuller, che prima davano una mano solo per i concerti. Adesso lo scheletro musicale è più robusto, un telaio solido che permette di domare quella spinta alla catarsi senza doversi scervellare troppo sulla complessità dei primi tempi. Le nuove canzoni, per dirla tutta, ti arrivano dritte in faccia.
Quando scrivi di quei momenti in cui ti senti sospeso tra ciò che eri e ciò che sarai, non serve complicare le cose. Meglio restare semplici, così che tutti possano dire: “Sì, so di cosa parli”. Il nuovo power pop dei Friko è come una vecchia auto che parte al primo colpo: i pezzi che aprono il disco, come “Guess”, “Still Around” e “Choo Choo”, sono carichi di vita, pur restando invischiati nel tema di come si naviga attraverso il mutamento. C’è il ruggito della chitarra elettrica, ci sono quei feedback che esplodono come lampadine che saltano, e poi c’è il falsetto di Kapetan, teso ed enigmatico, che mette il sigillo su questa specie di grande armonia del rumore.
È roba che eccita, certo, ma c’è un prezzo da pagare, ossia si perde un po’ di quella tensione intricata che li aveva fatti notare all’inizio. Quando si fermano e diventano quasi sinfonici, in pezzi più silenziosi come “Certainty” o nella chiusura di “Dear Bicycle” che è una marcia solenne, lontana anni luce dall’indie rock fragoroso di prima, senti una fitta di commozione. Quel contrasto, quel modo di dire tanto con poco, ti lascia addosso una strana fame di emozioni. C’è una sorta di onestà che finisce dove iniziano i riff che non mollano mai.
Non fraintendere, il talento dei Friko è viscerale, lo senti nello stomaco mentre ascolti questo disco. Il titolo dice già molto, l’evoluzione della band è qualcosa che vale la pena aspettare, anche se questa versione del gruppo sembra guardare con nostalgia verso la loro complessità orchestrale. Hanno gettato pilastri profondi, possono permettersi di viaggiare leggeri per una volta, ma ci sono certe promesse fatte al debutto che sto ancora aspettando di veder mantenute.



Lascia un commento