I Big Special aprono i giochi con “Family Bones”, il duo di Sheffield formato da Tilly Harris e Joe Hicklin, cresciuti tra post-punk e spoken word, costruiscono un muro di rumore grezzo che sa di garage, di rabbia, di quartieri periferici che non hai mai visitato ma che riconosci subito. Se non li conosci ancora, inizia da qui.
L’onda pesante continua con SLIFT, trio toulousain che su “Fantasia” pesca a piene mani dal krautrock cosmico, e con A Place to Bury Strangers, i “più rumorosi di New York” per autodefinizione, che su “Time” confermano di non avere nessuna intenzione di calmarsi dopo vent’anni di feedback terapeutico e decine di acufene.
Poi il mood cambia registro, come quando qualcuno abbassa le luci senza avvertirti. Floating Points e Miriam Adefris regalano qualcosa di rarefatto e commovente. Death Cab for Cutie si presentano con “Stone Over Water”, Ben Gibbard e soci non hanno perso quella malinconia precisa da ferirsi con un righello. Wu-Lu e POiSON ANNA spingono verso lidi hip-hop-soul, “West Window” è una di quelle tracce che ti convincono a riascoltarla prima ancora che finisca.
Spazio anche a Ellen Allien con “Riot”, techno politica dalla veterana berlinese, e ai Tramhaus, punk-band olandese che prende il nome da un quartiere di Rotterdam e su “Plovdiv” fa capire perché l’Europa ha ancora qualcosa da dire al rock.
Chiudi gli occhi, metti su Hermanos Gutiérrez con “Canto Andino”, e fingi per tre minuti di essere altrove.





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