- Band: Cola
- Titolo: Cost Of Living Adjustment
- Etichetta: Fire Talk Records
- Durata: LP, 11 tracce, 44 minuti circa
- Paese: Monthreal, Canada
- Genere: Post-Punk, Indie Rock
- Tipologia: LP – Studio
- Uscita: 8 Maggio 2026
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- AOTY
Socialismo contro l’inferno: ed è già un programma. I Cola ci mettono un disco intero per spiegartelo, tu ci metti circa quaranta minuti per capire che stavano parlando di te.
Cola è il trio di Montréal composto da Tim Darcy (voce e chitarra), Ben Stidworthy (basso) ed Evan Cartwright (percussioni), e «Cost Of Living Adjustment» è il loro terzo album per Fire Talk Records. Il titolo non è un caso: C.O.L.A. è anche l’acronimo di cost of living adjustment, l’aggiornamento del costo della vita — e già qui, tra il gioco di parole e il pamphlet economico implicito, capisci che questi tre non scherzano ma nemmeno si prendono troppo sul serio. Darcy aveva perso la propria abitazione negli incendi di Los Angeles dell’anno scorso, e questo ha fornito il terreno su cui crescono i temi del disco: il socialismo contro l’inferno, le paniche del presente, la nostalgia come sottile dolore.
Autoprodotto nel senso più artigianale del termine e si sente, nel senso buono. C’è un tono lo-fi che percorre l’album come una sottile patina di polvere su una chitarra acustica, più evidente in certi momenti («Fainting Spells» parte con un’acustica granulosa che cede il passo a un basso un po legnoso e una cassa da marcia, prima che la chitarra elettrica si prenda la scena), ma presente come attitudine generale: nessuna levigatura eccessiva, nessun suono alla ricerca del perfetto. L’imperfezione è la texture!
Il secondo brano, «Hedgesitting», è il momento in cui il disco svela le carte senza pudore. Darcy ha descritto il brano come una loro uscita dalla “tasteful minimalism” che ha definito il lavoro precedente: è costruito attorno a campioni di batteria sia live che registrati, e il risultato è una sovrapposizione ritmica che ha il groove istintivo di certe produzioni hip-hop anni ‘Novanta ’90 filtrate però attraverso una sensibilità completamente indie. Stidworthy ha dichiarato di aver immaginato il suono baggy degli Stone Roses e del primo Blur, e si sente nel modo in cui il suo bassline porta il polso del brano. Cartwright ha quella capacità di far sembrare un batterista rock quasi campionato, anche quando suona dal vivo. Il risultato è un brano che fa muovere la testa prima ancora che tu abbia capito perché.
Il disco non è senza imperfezioni. Alcune canzoni tendono a scorrere allo stesso ritmo, con un’angolarità stile Gang of Four, e certi momenti centrali rischiano di passare inosservati al primo ascolto distratto. Ma è anche questa l’estetica di Cola: la sottrazione come scelta, la ripetizione come fosse ipnosi. Darcy prova qui qualcosa di relativamente insolito per lui: cantare melodie vere, e si scopre che ci riesce benissimo, con una voce che in certi brani si avvicina a Stephen Malkmus piuttosto che a Mark Smith.
Il momento più inquietante e preciso dell’album è «Conflagration Mindset», scritto dall’interno di una catastrofe reale. Quando Darcy canta “Is there some way to save the records?”, la parola records funziona simultaneamente come oggetto fisico, come archivio identitario, come prova che una vita è accaduta nel modo in cui la ricordi. È il tipo di dettaglio che fa capire la differenza tra chi scrive testi e chi scrive canzoni.
Un disco onesto, discreto nella sua ambizione, con un groove che aspetta paziente il momento giusto per fotterti la giornata. Puoi anche ignorarlo la prima volta. La seconda volta ti ritroverai a fischiettarlo sotto la doccia e a chiederti come ci è finito.



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