- Band: AAVV
- Titolo: The Immortal Man
- Etichetta: Sony Music
- Uscita: 29 Maggio 2026
- Genere: OST
- Durata: 36 tracce, 88 minuti
- Tipologia: LP – Studio
Sono di parte, lo ammetto: Peaky Blinders mi ha preso tantissimo. La serie, il suo mondo, quella musica che non somigliava a nient’altro in televisione. Quel cortocircuito tra post-punk e dramma in costume che sulla carta non avrebbe dovuto funzionare, e invece ha funzionato alla perfezione. Quando è arrivato The Immortal Man, volevo che fosse all’altezza. Il film? È discreto. Non manca di forza emotiva, anzi, ma nell’ultimo atto qualcosa si perde, e l’epilogo di Tommy Shelby non è quello che ci si aspettava. La colonna sonora, però, è un’altra storia.
Antony Genn e Martin Slattery lavorano con Peaky Blinders dalla quarta stagione, e ormai conoscono il linguaggio sonoro della serie meglio di chiunque altro. Quello che hanno costruito per The Immortal Man non suona come musica da film, suona come un disco, 36 tracce che reggono sorprendentemente bene anche ascoltate lontano dal film. La parte strumentale è minimale, spoglia e claustrofobica: un vecchio pianoforte Campbell, leggermente scordato, fa da colonna vertebrale a gran parte del lavoro, fragile e consunto, la metafora giusta per la Birmingham degli anni Quaranta in cui Tommy si ritrova. Genn avrebbe trovato lo strumento a prendere polvere nel retro di un negozio di pianoforti. Si sente, nel senso migliore possibile. Ci sono momenti in cui gli archi si gonfiano e le chitarre elettriche si accumulano fino a diventare qualcosa di quasi soffocante. Il peso della guerra, il peso del passato, tutto che preme insieme.
Ma il vero protagonista è Grian Chatten. Il frontman dei Fontaines D.C. é presente in una fetta considerevole dell’album, e ogni volta che compare, tutto si fa più denso. “Puppet” è la porta d’ingresso naturale, oscura e trascinante, il tipo di canzone che ti fa venire voglia di camminare sotto la pioggia senza fretta. Ma è il resto a sorprendere davvero. “Black Dahlia” è una ferita che non fa rumore, una di quelle che senti solo dopo. “Opium Dreams” lascia addosso una sensazione difficile da nominare, quella di una canzone che sai di aver già sentito da qualche parte, ma non sai dove. “Medusa” si prende tutto lo spazio che vuole, arriva e riorganizza tutto il disco intorno a sé. E la sua cover di “Angel” dei Massive Attack è qualcosa di genuinamente bello, più scura e scheletrica dell’originale, riportata a qualcosa di più grezzo e diretto. Quando Genn lo ha descritto come una voce “alta mille metri”, non stava esagerando. C’è una qualità nella voce di Chatten che sembra allo stesso tempo ancestrale e immediata, il che lo rende un interprete quasi perfetto per questo mondo.
Le scelte musicali sono centrate, e la loro diversità è uno dei punti di forza del disco. La nuova versione di “Red Right Hand” di Nick Cave è più lenta, più orchestrale, e sembra l’ultima volta, davvero. Non una reinterpretazione ma un congedo. Trentadue anni dopo e regge ancora tutto. Giusto per ricordarlo, Red Right Hand è del 1994, tratta da Let Love In dei Bad Seeds, e il titolo viene dal Paradiso Perduto di Milton, dove indica la mano vendicativa di Dio. È una canzone che porta già tutto dentro di sé, e ogni nuova versione lo dimostra.
“Hunting the Wren” dei Lankum, con la voce di Radie Peat e Chatten a sostenerla, dura sette minuti e non ne spreca uno, il tipo di musica folk che non sembra composta, sembra sempre stata lì, come una cosa antica che qualcuno ha avuto il buon senso di non toccare.
E poi ci sono i Mclusky, sì, quei Mclusky, tornati dopo quasi vent’anni, che irrompono con “People Person” come a dimostrare che quasi vent’anni di silenzio non cambiano nulla quando una band sa quello che fa. “People Person” è tratta da “The World Is Still Here and So Are We“, il loro comeback del 2025.
“Nobody’s Son” di Amy Taylor irrompe con una fisicità che stona volutamente con l’atmosfera del disco, e funziona.
Teardrop, nella versione dei Girl In The Year Above, si appoggia quasi solo sul pianoforte, arriva in punta di piedi in un disco che per il resto non lascia respirare, e il contrasto la rende impossibile da ignorare.
Il film ha i suoi momenti fragili, e ogni volta è la musica a sorreggerlo, portando un peso emotivo che la storia da sola non riesce sempre a giustificare. Ci sono momenti in cui la musica entra e sistema quello che la storia ha lasciato in sospeso, senza fare rumore, riempiendo vuoti che la sceneggiatura non ha avuto il tempo o il coraggio di affrontare. Se questo sia un limite della sceneggiatura o un pregio della musica dipende probabilmente da quanto ci si è affezionati a Tommy Shelby, e da quanto si è disposti ad accettare che certe storie finiscano senza essere all’altezza di quello che avrebbero potuto essere.
Non tutte le colonne sonore meritano di essere ascoltate lontano dal film per cui sono nate. Questa sì.
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