
- Band: Metallica
- Titolo: … And Justice for All
- Etichetta: Blackened Recordings
- Uscita: 6 Settembre 1988
- Genere: Thrash Metal
- Durata: 9 tracce, 65 minuti
- Tipologia: LP – Studio
Il 4 giugno 2026 i Metallica suonavano a Bologna. La città si riempiva di magliette nere, birre e la mia bolla di contatti si riempiva di una nostalgia collettiva che aveva il sapore preciso delle cose che hai lasciato indietro nel tempo. Mi sono tenuto alla larga da quel concerto (l’unica occasione per me fu nel tour dell’88 a Milano all’ex-Palatrussardi) con la stessa determinazione con cui si evita di rivedere una ex. Non è snobismo: è rispetto. Rispetto per quello che quella band è stata, e per la distanza siderale che separa ciò che erano da quello che portano in giro da dopo l’88. Così invece di comprare il biglietto, ho rimesso su un disco.
C’è un modo per capire se un disco ha davvero segnato la tua adolescenza: non è quanto lo ricordi, ma quanto poco hai bisogno di ricordarlo, è ancora lì, inciso da qualche parte sotto la pelle. Settembre 1988, quasi diciassettenne, e quella copertina, la Signora Giustizia bendata, incatenata, svuotata, ti fissava dagli scaffali del negozio come un avvertimento. Non sapevo ancora che era anche un autoritratto della band che l’aveva confezionata.
«…And Justice for All» fu il quarto disco dei Metallica e il primo senza Cliff Burton, morto nel settembre del 1986 quando il bus della band si rovesciò su una strada ghiacciata in Svezia. Aveva ventidue anni e un riff di basso capace di ridefinire le coordinate del metal di allora. Al suo posto arrivò Jason Newsted, ex Flotsam & Jetsam, che dimostrò subito di avere le mani giuste ma che in questo disco, di fatto, non si sente. O meglio: non si sentirà mai abbastanza. È questa la prima delle molte contraddizioni di un album che non finisce mai di provocare.
La storia del missaggio è ormai folklore del rock: Lars Ulrich arriva in studio con una lista dettagliata di come vuole che la sua batteria suoni, al mixer Steve Thompson — che aveva appena finito di lavorare su “Appetite for Destruction” — si trova a dover abbassare il basso ogni volta che il danese entrava nella stanza. Il risultato finale è uno strumento pressoché inaudibile, e Newsted pagherà questo scotto per anni, confermandolo con la sua stessa voce: “The Justice album wasn’t something that really felt good for me, because you really can’t hear the bass.” Qualcuno ha parlato di nonnismo, qualcuno di lutto traslato. Probabilmente entrambe le cose insieme. Ma all’epoca — a quasi diciassette anni di età, walkman infilato in tasca e cuffie sulle orecchie, nastro registrato dal CD riavvolto a mano con una matita per risparmiare batteria — questo vuoto sonoro ti sembrava semplicemente part of the deal, una scelta stilistica estrema in un disco di scelte stilistiche estreme.
Perché quello che «…And Justice for All» fa sul piano compositivo è una roba per cui non avevi ancora gli strumenti concettuali, ma che sentivi benissimo nel corpo. I brani non hanno strutture normali: niente verse-chorus-verse, niente ritornelli che tornano al momento giusto. Sono costruzioni architettoniche, a tratti quasi prog, con cambi di tempo che non si annunciano e durate medie superiori ai sei minuti. La title track tocca i nove minuti e quarantasei secondi, e non ti sembra mai troppo lunga. Lars Ulrich in questo periodo è una macchina che si è data il permesso di diventare strana, la doppia cassa di «Blackened», le sincopi irregolari di «Harvester of Sorrow», i cambi di tempo in «One» che passano dall’elegia al massacro sonoro senza avvisare. AllMusic l’ha definita la performance più coraggiosa della sua carriera, e per una volta AllMusic non esagera.
«One» merita un discorso a parte, e non perché sia il singolo più celebre. Merita attenzione perché è il momento in cui i Metallica fanno qualcosa che avevano giurato di non fare mai: un video musicale. La band che aveva sempre rifiutato MTV come sinonimo di venduti, arrivava nel gennaio del 1989 con un pezzo sull’antieroismo bellico ispirato al romanzo di Dalton Trumbo “Johnny Got His Gun” e del film del 1971 di cui usano direttamente le sequenze. Il risultato vince il primo Grammy della storia per la miglior performance metal, e apre la breccia verso un mainstream che nel 1991, col “Black Album“, inghiottirà tutto il resto.
Proprio qui sta il nodo che non si riesce a sciogliere. «…And Justice for All» è l’ultimo disco in cui i Metallica sembrano ancora mossi da qualcosa di irrisolvibile, un lutto, una rabbia politica, una complessità che non accetta scorciatoie. James Hetfield scrive di corruzione, censura, manipolazione «The Shortest Straw» nasce dai loro “CNN years”, come lo chiama Ulrich: guardavano le notizie in cerca di titoli per i pezzi. «Blackened» parla di catastrofe ecologica con l’urgenza di chi ci crede davvero. E nel mezzo di tutto c’è «To Live Is to Die», strumentale di quasi dieci minuti costruita su un riff che Burton aveva lasciato nelle cassette di lavoro prima di morire, con un frammento di poesia sua recitato a metà da Hetfield. È il momento più onesto dell’album, forse il più onesto di tutta la discografia.
Poi arriverà il «Black Album», e la semplificazione diventerà programmatica (nasce la Metallica Inc.), legittima, commercialmente devastante, artisticamente altra cosa. Quella cesura tra ’88 e ’91 è reale. Sostengo che «…And Justice for All» sia l’ultimo vero disco dei Metallica non per esercitare nostalgia ma per descrivere un cambio di stato. Prima c’era una band che si misurava rispetto alla propria complessità; dopo c’è una band che sceglie di rendersi accessibile. Le due cose non si escludono ma non sono la stessa cosa.
Il disco ha un suono secco, quasi sterile, con quella batteria che colpisce come un bullone su una superficie dura e quel vuoto dove dovrebbe esserci il basso. La remastered del 2018 ha cercato di riequilibrare qualcosa, con risultati discutibili: c’è chi preferisce la versione originale nella sua bruttezza coerente, e probabilmente ha ragione. Alcuni difetti diventano parte del carattere di un’opera e questo lo sapevo già allora, a quasi diciassette anni, senza saperlo spiegare. Sapevo solo che non riuscivo a smettere di ascoltarlo.
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