C’è qualcosa di strano nel fatto nell’aver scelto “simulation” dei MAQUINA come copertina, involontariamente il titolo perfetto per questo momento storico: perché di simulazione si tratta, quella in cui vivono convinte certe persone che guardano il termometro a 40 gradi e pensano “sarà un’anomalia”. A quelle persone dedichiamo questo post con tutto l’affetto che merita chi nega l’evidenza davanti a un condizionatore acceso a palla.
Jim James, la voce cerulea dei My Morning Jacket, apre con “Come Again” la delicatezza di chi sa che il country psichedelico non necessita di alzare la voce per occupare tutta la stanza. Poco dopo, Phoebe Bridgers arriva con “Lost Boys”: da quando ha co-fondato boygenius con Lucy Dacus e Julien Baker, ogni sua uscita porta il peso specifico di qualcosa che conosci già a memoria prima ancora di averlo sentito. Blondshell, alias Sabrina Teitelbaum, porta “Violins”, poi c’è Smidley, che chiama in causa proprio Lucy Dacus per “Capstone”, quasi a ricordarti che in questo angolo di indie americano ci si conosce un po tutti, e le collaborazioni hanno la naturalezza di una cena tra vecchi amici vicino a tigelle e crescentine…
Poi la playlist smette di fare gli occhi dolci. Chelsea Wolfe, che vive in isolamento su una fattoria californiana, coverizza “Death Is Not The End” con la stessa nonchalance con cui altri verserebbero il latte nel caffè. Il brano, passato per le mani di Nick Cave e Bob Dylan prima di arrivare a lei, non perde un grammo di gravità. I Sleaford Mods arrivano da Nottingham con un remix rielaborato da Extnddntwrk e la partecipazione di Aldous Harding: post-punk che diventa qualcosa di ancora più stratificato e inquieto, il tipo di pezzo che ti fa guardare fuori dalla finestra senza un motivo preciso (e comunque fuori fa sempre troppo caldo per uscire).
I Temples sfornano “Glimmer”, psichedelia britannica che ti fa pensare ai Beatles se i Beatles avessero utilizzato sintetizzatori analogici insieme a Kevin Parker dei Tame Impala. I Russian Circles, trio strumentale di Chicago, riemergono col colo post-rock con “Empath”.
Beth Orton con “Cigarette Curls” porta quella qualità soffice che ti ricorda perché negli anni Novanta il trip-hop incontrò il folk. SOAK, irlandese di Derry, aggiunge “death valley fridge magnet” con il tono di chi vuole raccontare cose importanti in questo giugno da fusione nucleare. Benny Sings chiude il versante morbido con “Parachute”, leggerezza costruita su strati di dettagli, come dovrebbe essere sempre.
Buon ascolto e rimani in stato solido!





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