- Band: Tara Clerkin Trio
- Titolo: Somewhere Good
- Etichetta: World Of Echo
- Durata: 41 minuti 8 brani
- Paese: UK
- Genere: Neo-Jazz, Trip-Hop
- Tipologia: LP – Studio
- Pubblicato: 5 Giugno 2026
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- AOTY
Benché non sono originari di Bristol, i Tara Clerkin Trio sono segnati da questa città e in questo disco in particolare. Con la precisione che solo le scene musicali davvero radicate sanno imprimere su chi ci abita abbastanza a lungo. Tara Clerkin, Sunny Joe Paradisos e suo fratello Patrick Benjamin hanno costruito «Somewhere Good» attingendo da quel bacino musicale che Bristol ha accumulato negli anni. I registri tipici, il peso ipnotico del basso, ritmi che si appoggiano sul groove invece di dominarlo, una certa predilezione per il silenzio come materiale compositivo.
Ma il punto è che non si può ascoltare questo disco e pensare solo al passato. «Somewhere Good», uscito il 5 giugno 2026 per World of Echo (la stessa label di Julia Holter e Mary Lattimore, il che dice già molto sulle frequentazioni del trio), è il secondo album vero del gruppo, dopo un omonimo del 2020 e due mini-album che hanno costruito una reputazione di nicchia ma solida. Quello che si ascolta qui è un progetto che ha finalmente trovato il modo di espandere il proprio spazio senza strafare.
Il trip-hop è presente, ma funziona come uno strato di fondo, una piattaforma ritmica sotto strutture che appartengono più al jazz contemporaneo. I brani si aprono lentamente, con quella sicumera rara per ascoltatori con la pazienza di aspettare, anche se la mia di pazienza, in generale, si riduce nel tempo ma è un’altra storia…
Il trio si prende il lusso di srotolare le tracce su cinque, sei minuti, lasciando che i synth si sciolgano lungo il percorso, che il clarinetto tracci linee che non concludono mai dove ti aspetti, che il contrabbasso tenga tutto insieme senza mostrarsi troppo. Il risultato è sofisticato: trip-hop che incontra arrangiamenti orchestrali, suoni ambient e il cantato di Tara Clerkin, sinuoso e caldo, mai sopra le righe.
«Lake Walk» apre il disco con discrezione quasi imbarazzante per quanto sia efficace, sono due minuti di clarinetto che costruiscono un paesaggio prima ancora che ci sia qualcosa da guardare. «Lazy Daisy» è il momento in cui l’album si rivela più pienamente, voce sopra un basso dub morbido, il tipo di brano che sembra fermo ma in realtà si muove continuamente sotto la superficie. «Ups & Downs» ti porta al jazz club alle tre di notte tramite percussioni larghe e vibrato che si insinua in te. «Slow Island» sposta il registro: qui la nostalgia si fa concreta, parla di quartieri svuotati, di gentrificazione che trasforma i posti in qualcosa che non si riconosce più, e lo fa con la precisione di chi ci vive dentro queste cose, non di chi le osserva da fuori.
Il disco non ha cadute di tono significative, ma ha una caratteristica che richiede qualche ascolto prima di essere apprezzata: la sua coerenza stilistica è tale che certi passaggi strumentali, a una prima lettura, possono confondersi tra loro. Non è un difetto ma appare come una scelta estetica precisa. «Somewhere Good» è un ecosistema, e dentro un ecosistema non cerchi le differenze, cerchi come le cose si tengono insieme. Ci vuole un momento per adattarsi a questa logica, ma quando ci riesci il disco comincia a funzionare su un piano diverso.
Un tripudio di movenze morbide ma mai stucchevoli: è la frase che descrive meglio questo lavoro, e non emerge dalla singola traccia ma dall’arco complessivo. Quarantuno minuti in cui il trio non alza mai la voce, non fa esibizioni di tecnica, non cerca il momento ad effetto. Fanno semplicemente quello che sanno fare bene, e lo fanno abbastanza bene da far sentire l’assenza quando finisce.
Non so se «Somewhere Good» sarà uno di quei dischi di cui si parlerà ancora tra dieci anni. Ma so che in questo 2026 pieno di musica che cerca l’attenzione con ogni mezzo disponibile, c’è qualcosa di molto preciso nel gesto di chi sceglie di non inseguirla, quell’attenzione, e aspetta che arrivi da sola.
[FONTI]
- The Quietus
- The Skinny



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