- Band: Sons of Zöku
- Etichetta: Self Label
- Genere/Stile: Psychedelic Rock
- Paese: Australia
- Uscita: 24 Aprile 2026
Un viaggio tra rinascita, meditazione e trasformazione – Non puoi ascoltare i Sons of Zöku distrattamente, la loro musica é un rito, ogni brano sembra funzionare come un varco, un movimento circolare, un richiamo a qualcosa di antico che continua a vibrare nel presente. La band australiana, attiva da oltre dieci anni, torna una serie di canzoni che non cercano la linearità, ma la trasformazione: un percorso che parte dall’invocazione, passa per l’energia del corpo e arriva alla metamorfosi. Dopo anni di concerti, cambiamenti personali e una crescita collettiva che ha ridefinito il loro modo di stare insieme, i Sons of Zöku si trovano in una fase di rinascita.
Il nome stesso “tribù/famiglia” è un manifesto: la loro musica vive nella relazione, nella comunità, nella possibilità di condividere un’esperienza che è allo stesso tempo fisica e spirituale. In “HÕÕ“, “Energia” e “The Moth” si sente tutto questo: la ricerca, il rischio, la vulnerabilità, la volontà di non essere mai una cosa sola. La loro estetica è un equilibrio instabile e fertile tra rituale, psichedelia, world music, mantra, groove ipnotici e simboli che arrivano da tradizioni diverse.
Intervista
HÕÕ apre con un senso di invocazione, quasi un rituale. Che intenzione vi guidava nella creazione di questo pezzo? Lo immaginavate come un richiamo, un portale, o qualcos’altro?
Hōō è ispirata alla mitologia dell’Asia orientale. Un uccello sacro nella cultura giapponese e cinese. Una sorta di fenice, da quello che ho letto. Iniziare questo nuovo album è stato proprio così: una rinascita come band. Crescere come persone è importante quanto evolversi come musicisti. Per evolvere devi lasciar andare ciò che ti trattiene, e a volte dalla sofferenza può nascere qualcosa di bello. È di questo che parla la canzone.
L’approccio vocale in HÕÕ sembra più un mantra che un testo tradizionale. Come decidete quando la voce deve essere linguaggio e quando pura vibrazione o texture?
Credo che venga molto dal tentativo, dall’errore, dal camminare in acque sconosciute cercando terra a tutti i costi. La maggior parte delle volte non la trovi e affoghi. Ma provando impari qualcosa su te stesso. I mantra sono promemoria importanti per rimanere allineati al nostro scopo nella vita. Volevo che molti ritornelli dell’album avessero proprio questa funzione.
Energia sembra un risveglio fisico, un impulso che si muove dal corpo verso l’esterno. Cosa significa per voi “energia”, musicalmente e spiritualmente? È qualcosa che cercate di canalizzare o di provocare nell’ascoltatore?
La canzone nasce da un episodio di un programma di Anthony Bourdain. Mi piaceva molto la musica di sottofondo, credo fosse l’episodio ambientato in Marocco. Da lì il brano si è trasformato in un groove ipnotico e, combinato con le parole “Everything is Energy” (che avevo letto da qualche parte), è diventato chiaro che dovesse parlare di questo. Non decido mai in anticipo di cosa parlerà una canzone: sono i suoni e il modo in cui prendono vita durante la scrittura a indicarti la strada. Per me questo brano è stato un atto di resa al momento presente. Tutto è energia: mi ha permesso di smettere di sforzarmi e semplicemente essere.
La struttura ritmica di Energia è molto tribale e collettiva. Quanto conta l’idea di comunità nella vostra scrittura e nei vostri live?
Conta moltissimo. Il nostro nome significa proprio Tribù/Famiglia. I concerti migliori sono quelli in cui tutti celebrano la stessa cosa, ma ognuno a modo suo. Di solito, più grande è il pubblico, meno le persone si sentono osservate e più si lasciano andare. E lo facciamo anche noi.
The Moth introduce una dimensione più narrativa e simbolica. Cosa vi ha attirato verso l’immagine della falena, creatura che cerca la luceanche a rischio di bruciarsi?
The Moth nasce da un episodio di Lost, quando John Locke dice: “La lotta è il modo in cui la natura ci rafforza”. È esattamente ciò di cui parla la canzone. Ho cercato parole che sostenessero questa idea, attingendo alle mie esperienze personali. Mi piaceva anche l’idea di dare a una canzone un titolo che per molti sarebbe “brutto” e trasformarlo in qualcosa di bello.
Tra questi tre brani sembra esserci un percorso: invocazione, risveglio, trasformazione. Li vedete come capitoli connessi o la sequenza è emersa naturalmente?
Entrambe le cose. Naturale e connesso. Le canzoni sono capitoli e l’album è il libro. Il libro può nascere in mille modi diversi, ma quando scrivi dal tuo punto di vista si crea una narrativa con un suo DNA. Siamo insieme da più di dieci anni: c’è una storia in corso. Molte di queste canzoni sono fotografie e riflessioni di momenti nel tempo.
Sons of Zöku uniscono rituale, psichedelia e influenze world. Come bilanciate istinto e intenzione nella costruzione dei vostri paesaggi sonori?
Ci chiediamo sempre due cose: cosa si prova? E cosa sta cercando di dire? In termini semplici, la musica è la tela e i testi sono la pittura. Il dipinto prende vita quando metti uno specchio davanti al mondo e a tutto ciò che ti eccita. L’equilibrio è non avere equilibrio: essere presenti in quei momenti in cui cerchi qualcosa. La maggior parte delle volte non trovi ciò che cercavi, ma trovi comunque qualcosa.
La vostra musica sembra allo stesso tempo antica e futuristica. Questa dualità è una scelta consapevole o nasce dagli strumenti e dalle voci che portate insieme?
La nostra musica è un’esplorazione attraverso molte tradizioni diverse. È sicuramente una scelta consapevole non essere una cosa sola, un solo stile. Vogliamo essere liberi di esplorare.
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I Sons of Zöku plasmano veri e propri stati di coscienza. La loro musica pulsa esattamente lì, dove il rituale incrocia la psichedelia, trasformando il corpo in ritmo e il simbolo in voce. Brani come “HÕÕ“, “Energia” e “The Moth” non sono semplici tracce, ma tre atti di un’unica metamorfosi divisa tra rinascita, presenza e lotta. È merce rara scovare una band capace di toccare vette così spirituali senza mai perdere la fisicità del suono, o così ancorata alla tradizione eppure proiettata nel futuro. I Sons of Zöku ci ricordano che la musica non è una gabbia di generi, ma un processo vivo: un dialogo aperto con il mondo e, perché no, un’occasione per rinascere.



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