- Band: Mary in the Junkyard
- Titolo: Role Model Hermit
- Etichetta: AMF Records
- Durata: 45 minuti 11 brani
- Paese: UK, Londra
- Genere: Indie Rock, Indie Folk
- Tipologia: LP – Studio
- Pubblicato: 3 Luglio 2026
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- AOTY
Mary in the Junkyard ha realizzato una stanza! Una stanza impolverata come lo studio da cui scrivo queste righe e che oggi dovrò assolutamente sistemare. C’è anche ansia rassegnata e di quella malinconia persistente generata dall’aver perso le coordinate del dove andare. «Role Model Hermit» è il debutto di Mary in the Junkyard, e non aspettarti una rottura esplosiva.
Rolling Stone li ha incoronati tra i debutti più affascinanti dell’anno, Uncut ha parlato di grandezza, Pitchfork ha annuito, e il coro anglofono ha seguito a ruota. «Role Model Hermit», uscito il 3 luglio per AMF Records, è un disco che merita rispetto. Non tutto l’entusiasmo che si è tirato addosso, però.
La produzione di Ben Baptie è meticolosa, quasi ossessiva. C’è uno spessore stratosferico, una texture che non si limita a dare corpo ai brani, ma li incarna. Ogni nota, ogni strato di riverbero, sembra provenire da una camera isolata, una stanza d’archivio dimenticata dove il tempo si è fermato. Non è il suono prodotto per essere ascoltato in sala da concerto; è il suono prodotto per essere vissuto in solitudine, immersi in un crepuscolo polveroso. Questo approccio a Mary in the Junkyard è coerente. Hanno saputo costruire un ambiente sonoro denso e freddo, senza cadere nel cliché del minimalismo anni ’00, anzi, hanno portato la loro sensibilità nel territorio dell’inquietudine contemporanea con una maestria tecnica che non ammette ignoranza.
L’architettura sonora è piuttosto varia, ma coesa. Ci sono una serie di stati d’animo tra cui vagare: ci sono i momenti in cui il folk diventa malinconia quasi accademica, e poi ci sono gli inserimenti, le dissonanze, che tagliano la narrazione con precisione. L’album è rigoroso nel suo contesto. È come se la band avesse deciso di farsi una seduta psicologica, dove ogni traccia è un capitolo dove il soggetto è indagato con parsimonia. Il tema non è esplicitato in modo aggressivo; emerge come una conseguenza inevitabile della tensione sonora, una descrizione del processo di disorientamento che si vive quando la “mappa mentale” smette di essere utile.
Questa costruzione asciutta funziona bene, e il brano “Crash Landing” mostra la capacità di generare un approccio armonico che, pur richiamando echi lontani, non si lascia trascinare troppo da un retaggio melodico pre-esistente. Mary in the Junkyard sa dove sta andando: verso un’estetica dell’isolamento psivologico, un lavoro che dimostra una certa padronanza degli strumenti e una consapevolezza del proprio spazio creativo, ma resta ancorato alla sua identità, evitando l’ambizione di diventare qualcosa di più.
Dove il disco si incrina (IMHO) è sulla linea vocale. La solista porta con sé una qualità che, nel contesto di un’opera così fredda e cerebrale, crea un contrasto insopportabile. La voce appare troppo infantile, un elemento che, invece di aggiungere una sfumatura emotiva, funge da brusco scontro con l’atmosfera generale. Il timbro non riesce a fondersi con la texture polverosa e distaccata della produzione. Tutti la trovano deliziosa: infantile, zuccherina, da bambola indemoniata, erede della Sue Tompkins dei Life Without Buildings ma meno interessante. È vero che quel timbro pre-adolescenziale genera un contrasto cercato con le trame cupe che gli stanno sotto, la favola nera cantata con la vocina. Ma il contrasto, per funzionare, deve convincerti, e a me quel timbro semplicemente non va giù.
La bella foto di copertina, la figura incappucciata, è stata scattata da Freeman-Taylor. Affascinante.
«Role Model Hermit» è un LP da collezione per chi apprezza la scrittura densa e la produzione di precisione. È un’esecuzione solida che non cerca di essere un’epica, ma di essere una meditazione calibrata. La sua forza sta nella sua consistenza e nella capacità di creare quell’aria di disagio che descrive, ma non ha la scintilla necessaria per essere considerato un evento. È una band capace che ha trovato il suo spazio, ma la sua forma vocale rimane un ostacolo che bilancia l’interesse estetico. È un disco fatto bene, a tratti bellissimo, che applaudirei più forte se solo mi lasciasse un livido invece di un’ottima impressione.
Fonti consultate
- Pitchfork
- Any Decent Music



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