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Mary In The Junkyard – LP Of The Week – 2026

Mary In The Junkyard – LP Of The Week – 2026

22 luglio 2026
the unkle

  • Band: Mary in the Junkyard
  • Titolo: Role Model Hermit
  • Etichetta: AMF Records
  • Durata: 45 minuti 11 brani
  • Paese: UK, Londra
  • Genere:  Indie Rock, Indie Folk
  • Tipologia: LP – Studio
  • Pubblicato: 3 Luglio 2026
  • — — —
  • AOTY

Mary in the Junkyard ha realizzato una stanza! Una stanza impolverata come lo studio da cui scrivo queste righe e che oggi dovrò assolutamente sistemare. C’è anche ansia rassegnata e di quella malinconia persistente generata dall’aver perso le coordinate del dove andare. «Role Model Hermit» è il debutto di Mary in the Junkyard, e non aspettarti una rottura esplosiva.

Rolling Stone li ha incoronati tra i debutti più affascinanti dell’anno, Uncut ha parlato di grandezza, Pitchfork ha annuito, e il coro anglofono ha seguito a ruota. «Role Model Hermit», uscito il 3 luglio per AMF Records, è un disco che merita rispetto. Non tutto l’entusiasmo che si è tirato addosso, però.

La produzione di Ben Baptie è meticolosa, quasi ossessiva. C’è uno spessore stratosferico, una texture che non si limita a dare corpo ai brani, ma li incarna. Ogni nota, ogni strato di riverbero, sembra provenire da una camera isolata, una stanza d’archivio dimenticata dove il tempo si è fermato. Non è il suono prodotto per essere ascoltato in sala da concerto; è il suono prodotto per essere vissuto in solitudine, immersi in un crepuscolo polveroso. Questo approccio a Mary in the Junkyard è coerente. Hanno saputo costruire un ambiente sonoro denso e freddo, senza cadere nel cliché del minimalismo anni ’00, anzi, hanno portato la loro sensibilità nel territorio dell’inquietudine contemporanea con una maestria tecnica che non ammette ignoranza.

L’architettura sonora è piuttosto varia, ma coesa. Ci sono una serie di stati d’animo tra cui vagare: ci sono i momenti in cui il folk diventa malinconia quasi accademica, e poi ci sono gli inserimenti, le dissonanze, che tagliano la narrazione con precisione. L’album è rigoroso nel suo contesto. È come se la band avesse deciso di farsi una seduta psicologica, dove ogni traccia è un capitolo dove il soggetto è indagato con parsimonia. Il tema non è esplicitato in modo aggressivo; emerge come una conseguenza inevitabile della tensione sonora, una descrizione del processo di disorientamento che si vive quando la “mappa mentale” smette di essere utile.

Questa costruzione asciutta funziona bene, e il brano “Crash Landing” mostra la capacità di generare un approccio armonico che, pur richiamando echi lontani, non si lascia trascinare troppo da un retaggio melodico pre-esistente. Mary in the Junkyard sa dove sta andando: verso un’estetica dell’isolamento psivologico, un lavoro che dimostra una certa padronanza degli strumenti e una consapevolezza del proprio spazio creativo, ma resta ancorato alla sua identità, evitando l’ambizione di diventare qualcosa di più.

Dove il disco si incrina (IMHO) è sulla linea vocale. La solista porta con sé una qualità che, nel contesto di un’opera così fredda e cerebrale, crea un contrasto insopportabile. La voce appare troppo infantile, un elemento che, invece di aggiungere una sfumatura emotiva, funge da brusco scontro con l’atmosfera generale. Il timbro non riesce a fondersi con la texture polverosa e distaccata della produzione. Tutti la trovano deliziosa: infantile, zuccherina, da bambola indemoniata, erede della Sue Tompkins dei Life Without Buildings ma meno interessante. È vero che quel timbro pre-adolescenziale genera un contrasto cercato con le trame cupe che gli stanno sotto, la favola nera cantata con la vocina. Ma il contrasto, per funzionare, deve convincerti, e a me quel timbro semplicemente non va giù.

La bella foto di copertina, la figura incappucciata, è stata scattata da Freeman-Taylor. Affascinante.

«Role Model Hermit» è un LP da collezione per chi apprezza la scrittura densa e la produzione di precisione. È un’esecuzione solida che non cerca di essere un’epica, ma di essere una meditazione calibrata. La sua forza sta nella sua consistenza e nella capacità di creare quell’aria di disagio che descrive, ma non ha la scintilla necessaria per essere considerato un evento. È una band capace che ha trovato il suo spazio, ma la sua forma vocale rimane un ostacolo che bilancia l’interesse estetico. È un disco fatto bene, a tratti bellissimo, che applaudirei più forte se solo mi lasciasse un livido invece di un’ottima impressione.


Fonti consultate

  • Pitchfork
  • Any Decent Music

Due brani per LP Of The Week ☝
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Disco d’Oro

L'album "Role Model Hermit" dei Mary in the Junkyard, pubblicato il 3 luglio 2026, è una meditazione sonora che fonde indie rock e folk. Mentre la produzione è meticolosa e avvolgente, la voce solista risulta dissonante e infantile, compromettendo l'atmosfera generale. In un mondo dove la velocità è regina, noi rispondiamo con passo della tartaruga: 10 dischi, tra ambient che pizzica e rock che cammina, avanti e indietro, ma sempre con stile! Questa settimana è intensa: CLAMM è in tour con Rats, mentre Queens of the Stone Age e Echo & the Bunnymen rilanciano il loro seguito con uscite attese. La scena si fa sentire con il debutto di Man/Woman/Chainsaw, l'album Pure Devotion di Overmono e nuove proposte sperimentali come Eartheater e Tricky. Non dimenticare l'ironia d'Arab Strap e le uscite indie come Babehoven e Slow Fiction. I Muse tornano con "The Wow! Signal", un album che è come un invito alieno a chiudere la bocca. Dopo dieci dischi, sembra che il loro trucco sia diventato più prevedibile di un film di Natale: troppe idee e zero profondità. Settimana ricca, amici! 🎶 I Sons of Zöku, con la loro musica psichedelica e rituale, offrono un viaggio emozionante di rinascita e trasformazione. Brani come "HÕÕ", "Energia" e "The Moth" esplorano connessioni profonde tra spiritualità e fisicità, invitando gli ascoltatori a partecipare attivamente. Giugno porta una torrida esplosione musicale, un viaggio sonoro attraverso il drone liturgico dei BIG|BRAVE, l'epicità dei Russian Circles e l'energia contagiosa dei Bad Nerves. Trenta tracce da vivere ad alto volume, per un'estate da ricordare! Il concerto degli IDLES al Squoia di Bologna è stata una rivelazione. La band, potente e imperiosa, ha saputo dar voce alle sue storie personali, creando un'esperienza che travolge e unisce. Non perdere l'opportunità di ascoltarli! I Vanishing Twin inseguono un fantasma musicale che sfida il tempo, mentre Kristin Hersh trasforma il dolore in arte. Dalla calma di Laura Veirs al potere frizzante delle Big Moon, la scena vibra. E non dimentichiamo Carpenter e Migliorino, rappresentanti di rottura.

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