Di questi tempi ci si aspetta una sorta di consuntivo di metà anno. Ci e vi abbiamo abituato così. Lo si fa un po’ per raccapezzarsi nella giungla delle uscite musicali, un po’ perché ci fa piacere e, ultimo ma non ultimo, perché ci piace specchiarci di tanto in tanto. Geograficamente c’è molto nord Africa e Asia del sud ovest, un pizzico di Gran Bretagna e, molto sorprendentemente solo un disco americano.
Cominciamo con l’americano allora: mi ha sorpreso in positivo il disco di Flea “Honora” dove il bassista si dedica anche suonare (di nuovo) la tromba. È un album pieno di cuore e di amore per la musica sia per le scelte di cover che vengon fatte, sia per i brani originali. Menzione d’onore va fatta per la quasi omonima “A plea” nella quale il nostro si lancia in uno spoken word alla novello Gil Scott-Heron.
Spostandoci in Inghilterra troviamo i londinesi Dry Cleaning che han pubblicato il loro album ad inizio anno e temo possa soffrire di quella strana sindrome per cui i dischi pubblicati a gennaio vengano un po’ dimenticati. Ma questo album è un disco eccezionale del quartetto: senza snaturarsi nel loro mix di spoken word ed estetica indie rock riescono ad aggiungere i colori psichedelici dati dalla produzione di Cate Le Bon. Esempio della crescita della band è sicuramente “Let me grow and you’ll see the fruit”
Rimaniamo in UK con un EP d’esordio che mi ha sorpreso con il suo prog-folk post quasi tutto: i Ladylike. Certo, alcune somiglianze con band più rinomate come i “Black Country, New Road” si sentono, ma loro sono più volutamente essenziali e cercano meno certi bizantinismi. Il titolo “It’s a pleasure of mine, to know you are fine” ne sottolinea la abitata semplicità. Per capire cosa intendo basta ascoltare “Rome (in progress)” e verrete catturati dai loro suoni e dai loro silenzi.
L’ultimo disco “inglese” è il nuovissimo album di Kieran Hebden che si diverte a chiamare la propria opera con un titolo impronunciabile tanto che viene chiamato in rete con il titolo di “Wingdings”. Non è solo un vezzo ma è anche la volontà di nascondersi rispetto al (troppo) grande gioco degli algoritmi. Il disco è ottimo: torna a giocare con le atmosfere microhouse, tech house e folktronica che tanto me lo han fatto amare. Mi perdonerete se non ne scrivo il titolo ma la seconda e la terza traccia (la seconda per altro scelta come singolo) potrebbero essere un ottimo inizio per il vostro ascolto.
Per il prossimo consiglio usciamo dall’Europa con il duo libanese-canadese Radwan Ghazi Moumneh & Frédéric D. Oberland che pubblicano per la Constellation Records “Eternal Life No End”. Il cui titolo arabo recita: “Una notte buia e maledetta, proprio come i cercatori stessi”. Il disco infatti, è un grido di fronte alle ingiustizie che dilagano nella regione SWANA. Musicalmente oscilla tra strumentazione dell’Asia occidentale ed elettronica distorta: suono trasformato in inni, rumore ricreato come meditazione. “Squeal of Swine può essere un’ottima traccia introduttiva.
Andiam in Persia con “Music For Tombak & Synth” di Cinna Peyghamy (Other People). Può spaventare ma il disco è in vero davvero coinvolgente: Peyghamy riesce in una fusione fluida tra strumenti tradizionali ed elettronica, così naturale che raramente ci si ferma a contemplare quali fonti sonore siano organiche e quali sintetiche. Menzione d’obbligo per il tombak del titolo che è uno strumento a percussione di tradizione persiana. Disco dalla lenta lavorazione, frutto del grande amore ed impegno infuso dall’autore nel suo concepimento.
Ultimo consiglio è “Sawt El Doumouh” (Il Suono delle Lacrime), secondo album solista di Sandy Chamoun: un’opera intimamente legata al contesto storico e politico del Levante. Concepito originariamente come un progetto ispirato al canto a tenore sardo (Cantu a Tenore), l’album è stato riscritto e completamente trasformato dagli eventi della guerra e del genocidio in Palestina, nonché dai conflitti in Libano.



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