- Band: Have a Nice Life
- Titolo: Deathconsciousness
- Etichetta: The Flesner
- Uscita: 24 Gennaio 2008 (rist. 2014)
- Genere: Doomgaze, Post Punk
- Tipologia: LP – Studio
Qualche volta, spesso, i dischi non ti raggiungono quando escono. Non sono io o tu, non sei semplicemente nel posto giusto al momento giusto. «Deathconsciousness» di Have A Nice Life uscì il 24 gennaio 2008, distribuito via internet o per mano nella scena del Connecticut. Non è arrivato quasi da nessuna parte. Poi ci ha messo anni a diventare uno dei dischi più discussi dell’underground anglofono del nuovo millennio e nel mezzo, niente. Solo silenzio, e qualcuno che lo passava a qualcun altro come si passa qualcosa di proibito, roba da anni ’80.
Dan Barrett e Tim Macuga si sono incontrati quando le loro rispettive band (In Pieces e The Danger Strangers) suonavano negli stessi locali. Prima si sono scambiati la musica, poi hanno mollato tutto il resto e hanno cominciato a registrare insieme in camera a casa. Per cinque anni. Con meno di mille dollari in tasca, un microfono da laptop e una quantità di dolore che non si misura col budget. La morte del padre di Barrett ha accelerato qualcosa, ha trasformato una serie di canzoni malinconiche in un doppio album di 84 minuti che suona come se qualcuno stesse cercando di registrare il momento esatto in cui smetti di credere nelle cose e cerchi di scattare la fotografia dell’anima che lascia il corpo, quei 21 grammi più mistici che scientifici, appunto la consapevolezza della morte.
Il disco è diviso in due parti: The Plow That Broke the Plains e The Future. La prima parte ti schiaccia, chitarre distorte che si arrugginiscono a contatto con l’aria, ritmi che non spingono ma pesano, voci sepolte tre strati sotto il mixaggio come se non volessero davvero essere ascoltate. La seconda apre qualcosa di diverso, meno ovvio, più larvale. «Earthmover», il brano che chiude tutto, è uno dei pezzi più lenti e devastanti che tu possa trovare in quel decennio (IMHO): non costruisce un climax ma lo evita sistematicamente, e poi smette con una voce che dice “We wish we were dead” mentre l’album si spegne su sé stesso. Devastante.
Ciò che rende «Deathconsciousness» difficile da liquidare, e sono in pochi a provarci, è la coerenza interna del suono ed ovvio perché il lo-fi non è una scelta estetica, è il prodotto esatto delle condizioni di registrazione, cioè più di così non potevano. I master originali sono stati persi e sostituiti da file di qualità inferiore, ma il risultato finale funziona proprio perché la produzione è sporca nel modo giusto. Non è sporco da poser, è sporco per necessità, non puoi non sentirlo. Le chitarre di Barrett si dissolvono nello shoegaze senza mai perdersi del tutto in esso. Le influenze post-punk arrivano dai Joy Division e dai Bauhaus ma filtrato attraverso qualcosa di più americano, più disperato, meno romantico. Il rumore industriale non è ornamentale: serve a strutturare il silenzio intorno ai brani. Quando in «Bloodhail» arriva il ritornello, dopo minuti di attrito diventa fisico.
Il disco fu accompagnato da un libretto di 75 pagine scritto da Barrett, una storia fittizia della setta antiochena medievale, con il tono di un testo accademico. Non è un concept album nel senso convenzionale, la setta è una sorta di costruzione parallela, un modo per dare alla morte un linguaggio storico che la renda meno personale e quindi più “sociale”. La copertina segue la stessa logica, si tratta di un ritaglio scurito de “La Morte di Marat” di Jacques-Louis David, 1793. Barrett ha scelto il dettaglio del braccio che regge ancora la lettera dell’assassina — Charlotte Corday — con il pennino e il calamaio sul bordo della vasca. Niente sangue, niente ferita, solo la morte come atto di scrittura, o la scrittura come anticamera della morte? Tutto il disco ruota attorno a quell’idea, e la copertina lo dice prima ancora che tu prema play.
La riscoperta è venuta per via digitale — forum, blog, liste condivise — nel giro di anni, non di mesi. Nel 2014, The Flenser ha ristampato il disco in vinile e poi in CD con l’intera veste tipografica, e a quel punto il culto era già formato. Non è una storia di giustizia a posteriori è che il mondo guardava altrove, il disco aspettava il momento giusto finché non ha trovato le orecchie che cercava.
Scoprirlo tardi non è un problema. È la norma. «Deathconsciousness» non ha una data di scadenza perché non è mai stato pensato per un momento preciso. È stato pensato per quel momento in cui hai bisogno di qualcosa sia profondo e universale.
Ogni Opinione Non Richiesta porta con se 2-3 brani che finiscono qua di seguito 👇🏼



Lascia un commento