Determinati progetti musicali aprono un varco, e la musica dei Samana vive esattamente in questo spazio: una soglia che si manifesta come un respiro lento, un paesaggio che si muove con la luce, una trama di gesti minimi che diventano rivelazione. Ogni loro brano sembra nascere da un punto di attenzione assoluta, da un ascolto che attraversa il corpo prima ancora di trasformarsi in suono. Il loro mondo creativo si costruisce attraverso la presenza del paesaggio, della stagione, della materia, del silenzio.
Ogni composizione appare come un oggetto modellato a mano, plasmato con una lentezza che non rallenta, ma approfondisce. La lentezza diventa un metodo percettivo, un modo di entrare nel reale con più superficie, più pelle, più ascolto.
La loro vita e la loro arte scorrono insieme da dodici anni. Questa continuità genera una forma di telepatia, un linguaggio condiviso che non ha bisogno di essere spiegato. Le loro canzoni emergono da improvvisazioni, da intuizioni, da paesaggi interiori e geografici che si sovrappongono. Ogni brano diventa un passaggio, un luogo di trasformazione.
La loro ricerca si estende oltre la musica: ritualità antiche, pratiche sciamaniche, stati cerebrali, architetture preistoriche pensate per la risonanza. Franklin forgia gong come parte di un percorso che unisce materia, vibrazione e percezione. Rebecca porta nella voce e nella scrittura una qualità oracolare, una chiarezza che nasce dall’immersione.
Il loro ultimo lavoro, l’EP “The Golden Thread” si muove attraverso paesaggi reali e interiori: le brughiere di Dartmoor, le foreste del sud della Francia, un lago privato che riflette nuvole e pioppi, rovine antiche e deserti remoti. Ogni luogo diventa un interlocutore, un compagno di scrittura. L’inverno, per loro, è una stagione creativa: un tempo di ritiro, di fuoco, di concentrazione.
Ecco le loro parole, raccolte il primo giorno di primavera.
L’intervista
Molto del vostro lavoro sembra emergere da un’attenzione profonda al quotidiano, al respiro, alla luce, agli spazi silenziosi tra i momenti. Cosa risveglia l’inizio di una canzone?
Tutto comincia con l’ispirazione, la scintilla divina. La nascita di una canzone prende forma da un sentimento profondo, da un’immersione in un paesaggio, da uno stato meditativo o da un pensiero intenso. Ciò che unisce questi momenti è la soglia: un punto di attraversamento, un confine, un divenire.
La vostra musica sembra modellata a mano, come un oggetto plasmato lentamente. In che modo la lentezza influenza il vostro processo creativo?
La lentezza è una parte essenziale del nostro processo. Essere lenti significa essere connessi al mondo naturale: percepire, ascoltare davvero. L’emozione nasce dall’ascolto più profondo, dall’ascolto dell’esperienza, delle acque del subconscio, del terreno dell’anima.
Avete spesso parlato dell’importanza dell’ambiente. C’è un luogo, una stanza, un paesaggio o una stagione che ha accompagnato la vostra scrittura recente?
In The Golden Thread ogni composizione è nata in relazione diretta con un paesaggio: le brughiere sopra le foreste antiche di Dartmoor al tramonto; l’ora dorata che illumina le querce del sud della Francia; un lago privato che riflette pioppi e nuvole; terreni remoti di rovine storiche e distese desertiche.
Viviamo seguendo un ritmo profondamente stagionale. L’inverno, in particolare, è diventato un periodo fertile per la composizione: un tempo di ritiro, introspezione, esplorazione. In questo contesto, il camino ha avuto un ruolo silenzioso ma significativo nel plasmare questi momenti creativi.
Molti vostri brani portano una vulnerabilità che appare insieme cruda e radicata. Come vivete l’equilibrio tra rivelare e proteggere?
Nel nostro rapporto con l’arte adottiamo un approccio di apertura totale. La creazione diventa un veicolo attraverso cui esploriamo e riveliamo l’estensione del subconscio, sia collettivo sia individuale, lasciando emergere ciò che deve emergere. Questo processo è reciproco: entrando in questi “portali” creativi, riceviamo dal lavoro quanto il pubblico riceve da noi, in un’esperienza condivisa di scoperta e trasformazione.
La collaborazione, per voi, sembra una forma di ascolto condiviso. Come riconoscete il momento in cui un’idea diventa uno spazio abitato da entrambi?
Abbiamo molti modi di lavorare: a volte partiamo da un’idea strumentale, altre volte premiamo record sul registratore a nastro ed entriamo nei territori dell’improvvisazione, dove nasce gran parte del nostro lavoro. A volte porto a Franklin una canzone già più definita. Dopo dodici anni insieme, sia nella vita sia nella creazione, si è sviluppata una forma di telepatia: un sapere non detto che guida il processo.
Guardando alla musica di oggi, ci sono artisti o opere che risuonano con la vostra ricerca, non come influenze, ma come compagni di cammino?
Siamo attratti da opere che costruiscono ambienti sonori immersivi, paesaggi compositivi che nutrono e trascendono lo spirito. Le nostre influenze sono molteplici: letteratura antica e contemporanea, poesia, dialogo, stati emotivi, cinema, e i sistemi filosofici che modellano mondi sonori distinti. Siamo profondamente coinvolti nelle pratiche sciamaniche tradizionali di diverse culture e nelle filosofie sonore che sostengono queste forme rituali. Negli ultimi anni la nostra ricerca si è estesa alla relazione tra stati cerebrali e siti preistorici di infrastrutture rituali: spazi progettati per la cerimonia, la risonanza, la percezione alterata. Da questa ricerca è nato anche il percorso di Franklin nella forgiatura dei gong.
La musica dei Samana vive nella soglia: un punto di passaggio tra paesaggio e interiorità, tra gesto e ascolto, tra materia e spirito. Ogni loro brano apre un ambiente che respira con lentezza, che accoglie, che invita a un ascolto più profondo. La loro arte nasce da stagioni, rituali, improvvisazioni, paesaggi che diventano compagni di viaggio. In questo percorso, la loro musica offre un luogo in cui restare, un luogo che si apre come una porta verso un’altra percezione.
Q&A in English
Much of your work seems to emerge from a deep attentiveness to the everyday, to breath, light, texture, and the quiet spaces between moments. What usually awakens the beginning of a song for you?
It begins with inspiration, the divine spark. The awakening, the forging of a song is most often directly initiated from a profound feeling, an immersion within a landscape, a state of meditation or profound thought. And what threads these moments together is the threshold: the threshold of something palpable, something tangible, a crossing, a border, a becoming.
Your music often feels handcrafted, as if shaped slowly and deliberately, like an object made by touch. How does slowness influence your creative process, and what does it allow you to access that a faster pace would not?
Slowness, I would say, is an imperative part of our process. To be slow is to be connected to the natural world, it is the ability to perceive and, most importantly, to truly listen. Emotion is carved from the deepest form of listening: listening to the depth of experience, to the waters of the subconscious, to the terrain of the soul.
You’ve spoken in the past about the importance of environment. Is there a place, a room, a landscape, a season that has been particularly present in your recent writing?
In The Golden Thread EP, which we recently released, each composition was developed in direct correspondence with a specific landscape: the moors above the ancient forests of Dartmoor at sunset; the golden hour illuminating the scrub oak forests of remote southern France; a private lake reflecting tall poplar trees and drifting clouds; and distant, timeworn terrains of historical ruins and desert expanses.
Our creative process has also been shaped by a deeply seasonal mode of living. Winter, in particular, has emerged as a significant period for composition, a time of withdrawal and inward focus, where a state of hibernation fosters introspection, exploration, and sustained creative work. Within this context, the presence of the fireplace has held a quiet yet meaningful role in shaping these moments of creation.
Many of your songs carry a sense of vulnerability that feels both raw and grounded. How do you navigate the balance between revealing and protecting, between offering and holding back?
Within our process and relationship to art, we adopt an approach of complete openness. The act of creation becomes a vehicle through which we explore and reveal the expanse of both the collective and individual subconscious, allowing whatever emerges to surface without constraint. We understand this process as reciprocal: in entering these creative “portals,” we receive from the work as much as the audience does, engaging in a shared experience of discovery and transformation.
Collaboration, for you, seems to be a form of shared listening. How do you recognise the moment when an idea becomes something you both inhabit, rather than something one of you leads?
We have many different ways of working and approaching a piece of music, whether it begins with something more instrumentally orchestrated, or whether we simply press record on the tape machine and enter into the plains of improvisation, which is where much of our work is formed. Sometimes, I bring a song to Franklin as a more complete idea. We’ve been together in both a personal and creative partnership for twelve years, and through that, a kind of telepathy has developed—a sense of unspoken knowing that guides the process.
Looking at the music being created today, are there artists or works that resonate with your own search, not necessarily as influences, but as companions on the path?
Yes, certainly. We are interested in works of music that construct immersive sonic environments, compositional landscapes that both nurture and transcend the spirit. Our influences are diverse, drawing from ancient and contemporary literature and poetry, dialogue and interpersonal exchange, emotional states, film, and the philosophical frameworks that inform distinct sonic worlds. We are particularly engaged with traditional shamanic practices across various cultures, and the underlying sonic philosophies that shape these ritualistic forms. In recent years, our research has extended into the relationship between brainwave states and prehistoric sites of ritual infrastructure—spaces designed for ceremony, resonance, and altered perception. This line of inquiry has opened a range of new investigative pathways, one of which has led Franklin to undertake the forging of gongs as part of his ongoing practice.



Lascia un commento