- Band: hackedepicciotto
- Titolo: «Lichtung»
- Etichetta: Mute Records
- Durata: 8 tracce
- Paese: Berlino, Germania
- Genere: Experimental, Post-Industrial, Neofolk elettronico
- Tipologia: LP – Studio
- Pubblicato: 10 luglio 2026
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- AOTY
Dopo quattordici anni passati a spostarsi da una città all’altra senza una casa fissa, Alexander Hacke e Danielle de Picciotto si sono fermati in una villetta del 1932 a Lichtenrade, periferia sud di Berlino, con un rifugio antiaereo nello scantinato trasformato in sala prove. «Lichtung» nasce lì, e non è un dettaglio biografico da nota a margine: è la ragione per cui il disco suona come suona.
Il titolo significa “radura“, il punto in cui la luce buca gli alberi e arriva a terra. “Lichtenrade” viene proprio da lì, dall’idea di tagliare uno spazio aperto nel bosco, e il duo ci gioca senza mai spiegarlo troppo: un rifugio da cui guardare le tempeste che infuriano fuori, sapendo che potrebbero arrivare comunque. È un disco sulla stabilità raggiunta tardi, e sulla consapevolezza che la stabilità non è mai garantita. Questo doppio fondo tiene insieme otto brani che altrimenti rischierebbero di andare ognuno per conto suo.
Hackedepicciotto hanno lavorato con strutture articolate, meno ipnotiche di altri lavori, più disposte a muoversi. De Picciotto ha rimesso mano al pianoforte, che non toccava dai primissimi lavori, mentre Hacke ha riportato dentro i sintetizzatori analogici della sua adolescenza: lo chiama tornare al punto di partenza dopo quarantacinque anni, e non è retorica, perché l’elettronica calda somiglia alle atmosfere alla John Carpenter di «Draussen», violino e basso ruvido che resta la firma di lui. Il fatto che sia il primo disco dopo la sua uscita dagli Einstürzende Neubauten pesa: un membro fondatore che chiude una porta lunga quarant’anni e apre questa non lo fa a caso.
L’altra scelta forte è la lingua. Per la prima volta de Picciotto scrive e canta interamente in tedesco, e chi conosce il suo percorso sa che non è una comodità. Il tedesco porta con sé un peso storico e politico che l’inglese le concedeva di aggirare, e titoli come «Vogelfrei» — il fuorilegge, chi è messo al bando — o «Wiederbelebung» non sono neutri. Cantare nella lingua madre significa smettere di nascondersi dietro il suono. È la mossa più coraggiosa del disco, e paga (thanks Mary per le info sul tedesco).
Dove «Lichtung» mostra il fianco è nella sua stessa temperatura. È un disco contemplativo, che chiede ascolto profondo e non fa nulla per venirti incontro se lo metti come sottofondo. Chi arriva a hackedepicciotto cercando l’urto industriale delle origini di Hacke resterà a mani vuote: qui la tensione è tutta trattenuta, e in un paio di passaggi la calma rischia di appiattirsi, di somigliare più a una condizione che a un movimento. Ma è un difetto onesto, la conseguenza diretta di ciò che il disco vuole essere, non una furbizia.
Vale la pena dirlo senza giri: è il lavoro più riuscito e più a fuoco che il duo abbia pubblicato. La radura non è una metafora consolatoria, è un metodo. Due persone che hanno passato la vita in movimento — lui a demolire, lei tra Love Parade e nomadismo — si fermano abbastanza a lungo da capire cosa vogliono dire, e lo dicono nella loro lingua, con i loro strumenti.
Ho scelto “Vogelfrei” e “Wiederbelebung” per la “Crate Digging” 👇🏼
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