- Band: Memorials
- Titolo: All Clouds Bring Not Rain
- Etichetta: Fire Records
- Durata: 49 minuti circa, 12 tracce
- Paese: Brighton, UK
- Genere: Neo Psychedelic, Indie Rock, Indie Folk
- Tipologia: LP – Studio
- Pubblicato: 27 marzo 2026
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- AOTY
Un po in ritardo su questa uscita ma mia madre diceva sempre che le cose belle arrivano senza farsi sentire e annunciare. Mia madre però era una donna di poche parole e molti rimpianti, e non ho mai capito se si riferisse all’amore, alla fortuna o ai pullman (bazinga!!!). Probabilmente ai pullman! ;-).
In ogni caso, aveva ragione. «All Clouds Bring Not Rain» dei MEMORIALS — Verity Susman ex Electrelane, Matthew Simms dei Wire, è stato registrato in un fienile nel sud-ovest della Francia perché, evidentemente, i fienili francesi producono musica migliore degli studi londinesi… Chissà!
I due si erano incrociati nel 2007 collaborando sporadicamente nel decennio successivo, e avevano fondato MEMORIALS nel 2020 lavorando su colonne sonore — prima i documentari «Women Against The Bomb» e «Tramps!», poi una commissione del Centre Pompidou di Parigi. Il debutto in forma di album vero e proprio, «Memorial Waterslides», era arrivato nel 2024.
«All Clouds Bring Not Rain» è il secondo capitolo, e già il contesto produttivo racconta qualcosa di essenziale. Scritto, suonato, registrato e mixato solo dai due. Per gli strumenti che il fienile non poteva offrire si sono spostati: un clavicembalo nello studio di 4AD a Londra, un vibrafono e un vecchio altoparlante Leslie nello studio Press Play di Andy Ramsay, il batterista degli Stereolab. Dettagli che non sono curiosità marginali: sono la firma di un approccio al lavoro che rifiuta la comodità digitale non per feticismo analogico, ma per necessità espressiva. Come dichiarano loro stessi, si tratta di “catturare un momento nel tempo e impegnarsi in quello“, il contrario esatto dell’estetica del ritocco infinito che domina la produzione contemporanea.
Il risultato è un disco che suona come un oggetto trovato in cantina. Il punto di riferimento più immediato, e la band stessa non si sottrae a suggerirlo, è il territorio dove Nico incontrerebbe i Can con la produzione di David Axelrod. Ma è un indizio solo parziale. «All Clouds Bring Not Rain» pesca dalla musica elettronica delle BBC degli anni Sessanta e Settanta (mai sentite ma dai film e documentari sembra così), dal jazz spirituale di Alice Coltrane, dal dub, dal soul garage. Non è collage messo insieme alla meglio però, funziona più come una amalgama, un impasto ben lievitato. Le influenze si dissolvono le une nelle altre come si dissolvono i sogni al mattino, lasciando solo la sensazione (io fatico anche a ricordarli i sogni, n.d.a.).
La voce di Susman è l’elemento più polarizzante e più interessante dell’insieme. Ha quella qualità “primitiva e istintiva” (come la definisce chi la conosce bene) che non si preoccupa dell’intonazione come parametro assoluto, ma la utilizza come ingrediente espressivo.
Se cerchi una voce “angelica” in senso convenzionale resterai deluso, ma chi ha un po’ di pazienza capirà che quel modo di stare sul suono è esattamente quello che serve, un’ancora calda nel mezzo di arrangiamenti che potrebbero altrimenti diventare astratti. Su «Life Could Be a Cloud», che apre il disco con una levità quasi mistica, la voce entra senza ornamenti e stabilisce immediatamente un centro emotivo prima che l’arrangiamento cominci ad annunciarsi. Su «Mediocre Demon», titolo magnifico per un brano ancora più magnifico, il vibrafono tintinna su campionamenti distorti e il tutto converge in qualcosa che è jazz spirituale e psichedelia contemporaneamente, senza che nessuna delle due anime prevalga sull’altra.
«Dropped Down the Well» è il momento in cui il disco rivela la sua capacità di coprire distanze cosmologiche senza perdere il filo: parte come con un synth-pop sospeso, evocatore dei Can e dei Silver Apples, e poi crolla (nel senso buono) in qualcosa di percussivo e brutale che non te lo aspetti. «Reimagined River» è invece al polo opposto, quieto e scivoloso come un pomeriggio in cui non succede nulla di importante ma tutto sembra carico di significato. E «Wildly Remote», che apre con quella chitarra passata al Leslie, bordata e sfumata come un nastro magnetico consunto, è forse il brano in cui l’intero progetto trova la propria forma più precisa, la distanza non come isolamento ma come prospettiva, un suono che guarda da lontano senza essere freddo.
Il rischio con un disco di queste ambizioni è la dispersione; e qualcuno ha rilevato che l’abbondanza di idee può diventare faticosa ascoltata tutta d’un fiato, come essere chiusi in una stanza con qualcuno che vuole farti sentire tutti i suoi dischi preferiti senza pausa. È un’obiezione legittima, e non va ignorata: il disco dura 12 tracce, e la densità di riferimenti e di soluzioni sonore è notevole. Ma è anche un’obiezione che presuppone una fruizione sequenziale e compatta che forse non è quella giusta. «All Clouds Bring Not Rain» funziona come funzionano certi romanzi densi, meglio letto a rate, con pause in cui il materiale si sedimenta piuttosto che divorato in una sessione.
Quello che rimane, comunque si scelga di ascoltarlo, è un disco che sa dove sta. Non ha l’ansia dell’originalità a tutti i costi né la pigrizia di chi vive di citazioni. Susman e Simms hanno costruito qualcosa che suona come un classico perduto dei sixty che nessuno ha fatto, e l’hanno fatto nel 2026, in un fienile francese…
«Watching the Moon» e «Dropped Down The Well» nella Playlist “Crate Digging” 👇🏼



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