
- Band: Atoms for Peace
- Titolo: Amok
- Etichetta: XL Recordings
- Uscita: 25 Febbraio 2013
- Genere: Electronica, Art Rock, Afrobeat
- Tipologia: LP – Studio
Prendi cinque tipi che non hanno niente da dimostrare, chiudili in uno studio di Los Angeles per qualche giorno e lasciali suonare. È da lì che nasce «Amok», ed è il motivo per cui dopo tredici anni continua a essere per me uno dei dischi preferiti e forse più snobbati dai più degli anni Dieci.
Thom Yorke aveva messo insieme gli Atoms for Peace nel 2009 con uno scopo pratico, portare dal vivo «The Eraser», infatti il nome è anche il titolo della sesta traccia di «The Eraser» che si era costruito da solo davanti a un laptop. Gli servivano corpi, non plug-in e ha chiamato Flea al basso, Joey Waronker alla batteria, Mauro Refosco alle percussioni e Nigel Godrich al banco, e quello che doveva essere un gruppo di servizio è diventato una band vera. Finito il tour sono tornati in sala e hanno improvvisato. Poi Yorke e Godrich hanno passato due anni a tagliare, ricucire e rimescolare quelle registrazioni con altro materiale elettronico. Il disco usciva su XL Recordings il 25 febbraio 2013 e non assomiglia a nulla di quel periodo.
Il colpo di genio è tutto nel metodo. Yorke portava in studio pattern elettronici scritti al computer e chiedeva ai musicisti di eseguirli con le mani. Ritmi pensati per una macchina, suonati da esseri umani che li sbagliano di pochi millisecondi e li rendono vivi. Ascolta «Default» e senti esattamente questo: una griglia rigidissima che respira, che sposta il peso, che sembra sul punto di inciampare e non inciampa mai. È una delle cose più difficili da ottenere in studio e qui succede per quaranta minuti di fila.
C’è anche una genealogia inaspettata dietro tutto questo. La band si è saldata sull’amore comune per l’afrobeat, Fela Kuti più di qualsiasi nome dell’elettronica britannica. Yorke in quel periodo ascoltava Actress e Flying Lotus, con cui aveva diviso i palchi, e citava il «Town Hall Concert» di Charles Mingus come modello di come si tiene insieme un gruppo che improvvisa senza andare a sbattere. Il risultato è un disco di elettronica che ha il centro di gravità nelle percussioni di Refosco, il che è un’idea meravigliosamente sbilenca.
«Before Your Very Eyes» apre con un groove che scivola e ti ci porta dentro prima che tu abbia deciso di entrare. «Ingenue» è la cosa più vicina alla grazia che Yorke abbia scritto fuori dai Radiohead. «Judge, Jury and Executioner» è il pezzo che tutti citano ed è giusto così. E «Stuck Together Pieces» è la traccia dove capisci che Flea non sta facendo il turnista: sta tenendo in piedi l’intera architettura con tre note e un’ostinazione da tedesco. Chi si aspettava le acrobazie dei Red Hot Chili Peppers è rimasto deluso, ma quella scelta di sottrazione è precisamente ciò che rende il disco così coeso.
Un aneddoto che dice tutto del clima di quelle sessioni: Yorke ammise ridendo di aver riutilizzato senza accorgersene una sottofrase melodica già usata nei Radiohead, e liquidò la cosa dicendo di avere un guardaroba limitato. È un disco fatto da gente che si stava divertendo, e si sente. La critica internazionale lo accolse bene — Mixmag entusiasta, Uncut e Clash intorno molto bene, il pubblico lo portò in top ten ovunque. Qualche testata italiana fu più fredda, trovandolo troppo cerebrale (vabbeh!). Non ha torto chi dice che le melodie qui contano meno del solito: ma è un disco che chiede di essere ascoltato con i piedi prima che con la testa, e a quel livello non sbaglia un colpo.
La copertina è di Stanley Donwood (guarda caso), dalla serie Lost Angeles: la città che brucia, si allaga, viene centrata dai meteoriti, incisa con un tratto quasi fumettistico, sorella di quelle London Views che nel 2006 avevano già sommerso Londra. Un’apocalisse disegnata a mano davanti a un disco costruito al computer, e nessuna delle due cose smentisce l’altra.
“Mettilo su” come si diceva una volta, pompa forte il volume in una stanza, senza fare nient’altro. «Amok» è un disco che ti restituisce esattamente l’attenzione che gli dai, e comunque te ne chiede abbastanza anche se ti fa ballare i piedi.
Ogni Opinione Non Richiesta porta con se 2-3 brani che finiscono qua di seguito 👇🏼



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